Relief: il podcast.
Relief è il primo servizio di sollievo psicologico rapido dedicato alle emergenze emotive e al benessere quotidiano. Ha sede a Milano e funziona dal vivo in metropolitana (MM5, fermata Isola) e on line su www.reliefpsicologico.it.
Questo podcast racchiude storie di persone, consigli psicologici pratici e tecnici per affrontare meglio la vita di tutti i giorni, letteratura scientifica, consigli di lettura e buone notizie.
Conduce Alessandro Calderoni, psicologo e psicoterapeuta, ideatore del servizio, già voce a RMC e Virgin Radio.
Relief: il podcast.
#6-10 Impariamo a restare veri (anche fragili) - Ospite: Francesco Sarcina (Le Vibrazioni)
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L’istinto ti accende, l’esperienza ti protegge: ma come si fa a portarli sullo stesso palco senza spegnersi? Ne parliamo con Francesco Sarcina, voce e chitarra de Le Vibrazioni, mentre racconta il ritorno in tour e quel conflitto interiore che conosce chiunque viva di performance: l’emozione resta, ti fa sentire vivo, eppure va imparata a dosare per non farsi travolgere. Da qui entriamo nel tema dell’identità: rimanere riconoscibili nella musica italiana senza inseguire mode lampo, algoritmi e suoni “perfetti” che rischiano di togliere anima.
La conversazione si fa ancora più vera quando tocchiamo il prezzo umano del successo: fragilità, abitudini che diventano gabbie, diffamazione e voglia di spiegare il problema delle dipendenze senza trasformarlo in spettacolo. Sarcina racconta anche cosa significa chiedere aiuto e cambiare contesto, e come la rabbia possa diventare una parte da ascoltare e integrare invece che un nemico da zittire.
Poi passiamo alla psicologia pratica con tre strumenti per i momenti difficili: un piano SOS in quattro livelli, una defusione che “ringrazia la mente” e riporta al corpo, e un compassion break per allenare la self compassion nei prossimi dieci minuti. Completiamo con spunti su economia del sospetto verso le corporation (con Davide Burchiellaro), e biofobia (con Gianluca Riccio). Poi un po' di ricerca scientifica su trauma, ruminazione e regolazione emotiva, più tre belle notizie che rimettono in moto speranza e curiosità.
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Benvenuto A Relief
SPEAKER_00Relief, il podcast Psicologia Pratica e gestione delle emozioni, con i trucchi, le interviste e i racconti di Alessandro Calderoni. In collaborazione con gente.it.
SPEAKER_02Ben ritrovati in nuova puntata di Relief. In questo episodio l'ospite è Francesco Sarcina, voce frontman delle vibrazioni, che ci racconta il ritorno in tour e il conflitto tra istinto ed esperienza sul palco, nonché la scelta di restare riconoscibili senza inseguire mode e plastificazioni del suono, il valore del suonare in sala prove con un'anima nei 70, e anche il prezzo umano del successo tra fragilità, dipendenze e diffamazione. Nei trucchi del mestiere proponiamo tre esercizi per i momenti difficili, un piano SOS in quattli, una diffusione che ringrazia la mente e riporta al corpo con una microazione di valore, and un compassion break in tre fasi, con un gesto gentile, nei dieci minuti che arrivano. Con Davide Burchi e Lara nello spazio Millennials parliamo dell'economia del sospetto verso le corporations, le grandi aziende, per esempio Bio versus Industriale, cibi processati, eccetera, eccetera. Mentre con Gianluca Riccio, in Futuro Prossimo, affrontiamo la biofobia, cioè la crescente paura o disgusto verso la natura, con le sue cause e i suoi effetti. Come sempre citeremo tre ricerche questa volta riguardano l'idea che davanti a nuovi stress il cervello possa silenziare temporaneamente reti legate al trauma con benefici vari, una possibile firma metabolica nel sangue del trauma infantile, e come la paura controllata possa ridurre pattern legati a ruminazione e attivare circuiti di regolazione. Infine le tre belle notizie di questa puntata: il Cile che prepara il Cape Forward National Park, il 10,01% dell'oceano in aree protette, e a Helsinki, un ponte panoramico di un chilometro e mezzo per pedoni, bici e tram. Cominciamo.
Sarcina E Il Conflitto Sul Palco
SPEAKER_02Il caso. Ospite di questa puntata di relief è Francesco Sarcina. Ciao Francesco, grazie per essere qui con noi. Ciao, grazie a te, grazie a tutti voi. Francesco voce chitarra, frontman delle vibrazioni. È uno che ha attraversato più di vent'anni di musica italiana senza mai diventare, diciamo così, particolarmente levigato. E con la sua band ha firmato canzoni che sono entrate nell'immaginario pop rock del 2000, ma negli anni ha scelto anche di raccontare il prezzo umano del successo, gli eccessi, le cadute, la fatica di restare in piedi, la voglia di trasformare tutto questo in musica. E oggi ripar con le vibrazioni da un nuovo tour. Ma senti un po', dopo tutti questi anni, chi sale sul palco adesso è il ragazzo istintivo degli inizi o un tizio che ha imparato un po' a dosarsi?
SPEAKER_04Ma allora, questa è una bella domanda, perché è sempre un continuo conflitto interiore, no? Perché hai in qualche modo quando ami tanto quello che fai, è l'impeto è sempre quello lì del ragazzo. Ovviamente, però, dosi nel senso, sai, stai bene, quantomeno ti autocontrolli, sai bene, che farti prendere totalmente dall'emozione di andare sul palco. Comunque a me emoziona sempre. In continuazione, è incredibile. Dopo tanti anni, vai sul palco, che emozioni. È una cosa molto bella perché ti lascia, ti dà molta vita, ti senti vivo. Però ovviamente devi rendere conto che tu hai fatto centinaia, centinaia, anzi, nel mio caso, probabilmente migliaia di concerti. Quindi, da una parte l'emozione mi fa sentire vivo, sono contento di questo, dall'altra, però devi usarla sapendo che tu quel lavoro lo sai fare bene, sai esattamente controllare ora certe cose, a differenza di prima.
SPEAKER_02Quindi c'è questo continuo balance del dover un po' confrontarsi, con le proprie emozioni, le vibrazioni sono rimaste a proposito di questo, riconoscibili perché non hanno mai inseguito davvero le mode ma diciamo che è coerenza o testardaggine?
SPEAKER_04Oppure non siamo capaci, semplicemente perché, allora, seguire le mode, in realtà di solito non è tanto l'artista che vuole seguire le mode, soprattutto in questo attuale mondo musicale, ma spesso volentieri, sono i producer, i manager o le discografiche che tendono, a seguire un po' quello che va. Il problema è che il tempo che tu riesci a realizzare qualcosa che insegue, che si avvicina alla moda è così veloce il tutto ultimamente, che tu il tempo che arrivi a quello ed è già vecchio, stanno già cambiando. Quindi diciamo che seguire le mode è un po' castrante dal punto di vista creativo. Sicuramente dal nostro punto di vista abbiamo cercato di farlo, ma avendo una forte impronta nostra sonora, perché sai, seguire le mode poi lavori solamente in studio, un po' a tavolino. Noi siamo una band e abbiamo bisogno proprio di suonare e quindi fa molto la differenza quello che non si fa forse più da tempo, o perlomeno non per la maggior parte dei casi, esistono ancora dei casi che si va in sala prove e si suona. Quindi io posso scrivere la canzone, ma poi viene fuori il sound che viene fatto dalla band.
SPEAKER_02Ecco, su questo, su questo ho proprio due cose da chiederti. La prima è che avete trovato, hai detto, un suono ancora più vicino a quello vostro, con quest'anima molto anni '70. Cosa senti che avete ritrovato?
SPEAKER_04Ma allora, sicuramente abbiamo ritrovato, come dicevo prima, cioè ricollegandomi prima, il fatto di ritrovarsi a suonare, perché negli anni quello che accade attorno è che tentano un po' di farti credere che tu non sia più in grado di fare le cose senza persone che abbiano un ruolo al di fuori di te. E invece, purtroppo è il contrario: cioè c'è sempre bisogno di una terza persona, qualcuno che comunque abbia una visione sicuramente più razionale, meno coinvolta. Tuttavia prima devi lasciare adito al respiro di una band, quello che succede artisticamente. Ma come tu scrivi le cose, sicuramente poi vanno lavorate, vanno studiate, vanno analizzate, però non si può come dire, tagliare e bloccare un impeto. E la band è persona, quindi noi siamo ritornati un po' adesso, ultimamente, a rimetterci a suonare tantissimo in sala a prove, a discutere, anche se voglio a litigare, ma sono quei litigi belli di famiglia, ovviamente. Se quando ti metti, lì dice, ma proviamo a questa cosa? No, perché questo è così. Allora ci si incazza dicendo: no, ma scusa, ma scusa, ma perdonatevi, ma stiamo qua a parlare, non si può provare. Proviamo tutte le idee, le registriamo e scegliamo quella più bella, capito? Questo ci mantiene molto giovani, devo dire.
Identità Sonora Contro Le Mode
SPEAKER_04Sempre con quello spirito, quella voglia di fare musica. Quindi siamo tornati un po' con quell'onda un po' seventi, un po' meno tecnologica, più istintiva, cioè, meno davanti a uno schermo, più in una sala prove.
SPEAKER_02Ecco, tra l'altro, tu sei di solito molto duro sui tools e sulla plastificazione del suono. Pensi che il problema sia tecnico o emotivo?
SPEAKER_04Ah, qui c'è un problema di ci sono vari problemi. Io penso che il problema tecnico è una conseguenza. Perché se tu usi un tool che ti permette di migliorare immediatamente il tuo modo di fare musica, soprattutto in questo caso, si parla di canto, non potrai mai capire e concepire dov'è il tuo errore, dove deve essere il tuo miglioramento, cioè, deve migliorare. È un po' questo il vero problema. Perché il tool serve, li usiamo tutti i tool, figurati. Tuttavia, il problema è che se tu suoni una chitarra, per esempio, e c'è la facilità di una chitarra bellissima che ti permette di fare le cose in maniera più semplice, però tu non migliorerai mai, devi imparare a farti degli esercizi, farti il mazzo dietro ad ogni forma d'arte per quanto tu la possa vedere, che sembra semplice, in realtà dietro c'è un lavoro.
SPEAKER_02Ma secondo te ci sono ancora spazi per canzoni che nascono da storie vere e non da calcoli di mercato?
SPEAKER_04Ma io penso proprio di sì: nel senso che comunque è tutto ciclico. È chiaro, bisogna avere pazienza. Magari nel frattempo, io ho già 50 anni, magari ora che arriverà questo, sarò già morto, però magari tornerà. Ma guarda, a parte gli scherzi, in giro c'è tanta roba bella che gira, c'è tanta gente che comunque a prescinde d'ascolta. Cioè, la tecnologia ci ha dato la possibilità oggi di poter comunque ascoltare, di poter viaggiare velocemente nella rete ascoltando un sacco di cose. Ovviamente, poi gli algoritmi ti tendono sempre a darti un po' le cose che vogliono. Però, insomma, c'è tanta roba che funziona, ci sono casi di concerti di artisti che non conosci e comunque fanno i sold out. Quindi vuol dire che comunque qualcosa esiste, no? Quindi se no sarebbe veramente una tragedia. Il problema è che quello che fanno vedere, ma questo è quello che accade in politica, se ti imbestiscono e ti riempiono di notizie che sono solo quelle, non ti fanno mai vedere le possibilità e le altre cose. Ovviamente tutti andiamo dietro come delle pecore a quello che è il magico grande sistema. Ma in realtà esistono già tante belle
Dipendenze Diffamazione E Chiedere Aiuto
SPEAKER_04cose attorno, tantissime, delle canzoni di poesia, di musica suonata col gusto, la voglia.
SPEAKER_02Senti, qualche anno fa hai scelto di parlare pubblicamente di uso e abuso di sostanze, e allora mi chiedevo perché a un certo punto hai sentito il bisogno di dirlo senza proteggerti più, ma allora nasce da cosa?
SPEAKER_04Perché io sono vittima tuttora di una grande violenza. Che è quella che è della diffamazione: cioè dire che io sia in un modo in un altro, e poi vedere un sacco di persone che seguono le trasmissioni. I salottini rosa, che sono precotti e imbastiti proprio per parlare solo perché poi siamo oggi in un'epoca dove ci piace tanto il disso, l'insultare, la violenza. Ed è incredibile questa cosa. Quindi ho sentito la necessità di dire un po' come funziona veramente, perché il problema degli abusi, delle sostanze, delle dipendenze è un problema che c'è sempre stato e c'è ancora, e in varie forme. Il problema è diventa un po' brutto quando questa cosa diventa solo una spettacolarizzazione, un po' e non entrare veramente nel senso del problema. Però, chi si sente figo perché fa quello e poi cade e si fa male, e c'è quello che invece ha dita senza sapere quali sono le problematiche anche psicologiche, sociali, allora io ho voluto raccontare qual è stata la mia esperienza. Nel senso, non mi sento in difetto in particolar modo, semmai con me stesso, ma per una debolezza, per una fragilità, perché poi si parla di questo, più trasgressione, più autocura o più autodistruzione, dici l'abuso, o l'uso, insomma, Dio sento, questo è una bella domanda. Io penso che sia un po' un insieme di cose, cioè, tu non ti rendi conto dell'autodistruzione in realtà, poi entri in un meccanismo dove forse si sente anche. Diventa un po' abitudinario. È l'abitudine, sai, penso che la mente menta spesso e volentieri, usando canali molto più dire, facili, per arrivare o per darti una scusa, sempre, provare a cambiare l'abitudine è molto difficile in generale, quindi, la difficoltà al trovarti dentro può essere frutto di ah, figata, antagonismo. Provo, io sono forte, io faccio di qua e di là. Però, in realtà, sotto c'è una grande fragilità e vuoto che va un po' colmato perché è inutile dire che tu cadi così dal però. No, non è vero, c'è tutto, accadono delle situazioni che ti portano poi a trovarti in altre situazioni tali che ti portano a c'è l'autodistruzione, però, non è che io voglio autodistruggermi, non è che non funziona così.
SPEAKER_02Raccontate tra l'altro, che fu importante chiedere aiuto a Jacks?
SPEAKER_04Sì, perché in quel periodo lì oro veramente poi mi sono messo veramente in discussione perché uscivo da una separazione molto, molto violenta a livello proprio sentimentale, ma psicologica, soprattutto. Quindi a un certo punto io ho detto, ma allora forse sì, effettivamente sono io il problema e non mi rendo conto, magari sono proprio un testa di cazzo, un enorme pezzo di merda. E allora a questo punto, mentre in questo stato, avevo letto una cosa che ha scritto Hax e mi ha raccontato. L'ho chiamato ed è stato molto d'aiuto. Perché mi ha detto: Fra, guarda, so bene di cosa parli. Se ti va, cioè, prima roba, stai in casa, fai tutti gli abbonamenti possibili del TV per vederti il film, e stai. E cerca di non uscire, cerca di fare intanto questo percorso, poi mi ha dato un contatto, di un ente di persone che ho trovato stupende, devo dire, perché sono state molto brave nel non essere violente con me, ma anzi, nel portarmi lentamente a fare una sorta di ragionamento, facendomi capire qual deve essere il percorso. Quindi, appunto, come dicevo prima, delle abitudini: quindi magari evitare intanto di purtroppo di uscire di vedere le stesse persone nei stessi locali, perché poi in automatico. E Ax è stato un grave, mi ha dato veramente una mano enorme e mi ha fatto molto riflettere. In questo momento, poi, di totale lucidità, mi sono reso conto che fondamentalmente sì, avevo un po' delle dipendenze, ma non ero io lo stronzo, in realtà. Ero sicuramente, avevo delle dipendenze, ma non ero lo stronzo io. Poi nel tempo si è dimostrato che avevo ragione. Tuttavia, tutto questo è stato un bellissimo percorso: bello di luce, molto doloroso, molto complicato, però bello.
SPEAKER_02Un'ultima domanda proprio perché ci stai dicendo una cosa scomoda: cioè che dietro l'immagine del rocker libero spesso non c'è la libertà di per sé, ma questa fragilità che hai più volte citato. Ecco, ma tu hai fatto nella tua vita più i conti con l'ansia, con la rabbia o con la tristezza che sono le nostre tre emozioni disturbanti, fondamentali.
SPEAKER_04Allora, l'ansia, per fortuna non più di tanto, ho avuto i miei momenti di ansia, probabilmente più con la rabbia. La rabbia tanto, perché io sono cresciuto in un ambiente comunque, devo dire apparentemente molto amorevole. Ma poi dopo mi sono reso conto che era apparentemente amorevole. Quindi c'erano in realtà dei grossi problemi, che non funzionavano, infatti, poi, tutto, sono incriccato a livello familiare, anche le perdite, se vuoi, delle persone che ami, gli abbandoni e mi ha creato molta rabbia, molta rabbia. Ma per esempio, anche, soprattutto poi nel mondo femminile, perché poi ho avuto con mia mamma questo abbandono. Che lei, ovviamente, forse ho capito che era una donna che aveva delle problematiche, che erano infelice, non c'erano c'erano insomma delle dinamiche sue personali con mio padre. Però, sai, tu sei giovane, queste cose non le puoi capire. Mi ha creato molta rabbia. Quindi, per me, poi le relazioni erano sempre, c'era sempre qualcosa che tornava di risolto e di violento di questo modo che mi è rimasto dentro. Quindi ho dovuto lottare tanto con la rabbia, l'hai gestita in che modo alla fine?
SPEAKER_02Finendo nei guai oppure a un certo punto facendoci pace, lasciandole un po' di spazio interno?
SPEAKER_04Sicuramente facendoci pace, ho fatto pace, ho capito che era talmente tanto parte di me che era impossibile, metterla a tacere, era più facile forse farla quantomeno, parlare con me stesso, perché la rabbia scaturisce quando tu non ci parli con lei. E quindi in quel momento invece di. Perché poi la rabbia, se tu non ci parli in quel momento, sfoga e poi non hai il controllo. Invece facendo capendo che parte di te, alla fine, una parte di me, anche se non mi piace, è come un difetto fisico, ci fai dire, l'accetti, e guardandolo, alla fine con l'amore. Poi devo dire che ho avuto la fortuna anche tra le persone meravigliose, e l'amore sicuramente mi ha dato molto. Ma dei miei figli, il primo, il secondo, l'ultima figlia, e anche poi adesso, la relazione più in questo momento, mi ha dato molta pace, mi ha dato veramente la rabbia, sarei un ipocrite di dirti che io non ho rabbia, cioè, fa parte di noi la rabbia, ma questo accade anche quando vedi per stare l'ingiustizia, mi fa incazzare profondamente vedere certe cose. E bisogna, secondo me, anche imparare ad agire, a dire come sono le cose. È importante perché se tu la tieni e non dici mai niente, poi si trasforma in qualcosa di peggiore.
SPEAKER_02Francesco Sarci alle vibrazioni. Grazie davvero per tutto quello che ci ha raccontato, e grazie per essere stato con noi.
SPEAKER_04Ale grazie a te, è un grande piacere, veramente. Va bene, poi a sfogarsi, adesso sono ancora un po' più leggero, grazie.
Tre Esercizi Per Momenti Difficili
SPEAKER_02Trucchi del mestiere. Questa puntata è dedicata ai momenti difficili nella sua sezione degli esercizi, cioè dei trucchi del mestiere. I momenti difficili sono quelli in cui la mente corre e il corpo si tende tutto. E l'obiettivo non è stare subito bene come spesso ci piacerebbe che fosse, ma attraversare con più lucidità e, se vogliamo, anche un po' più di gentilezza in questi momenti. E così, come ogni puntata, vi propongo tre esercizi: un piano SOS a quattro livelli, una defusione con un ringraziamento della mente e un piccolo intervallo di compassione. Veniamo al primo esercizio, questo piano SOS in quattro livelli. Quando stai male, la mente dimentica le soluzioni, non so se te ne sei mai accorto, ma di fatto è come se il tuo modo di vedere il mondo in quel momento e di pensare diventasse proprio come un tunnel, un imbuto. Vedi soltanto il problema che ti sta attanagliando. E così dobbiamo preparare un piano semplice da tenere sul telefono, immediatamente disponibile, in modo tale che quando ti senti in quel modo, tu non debba pensare tanto a cosa fare perché non saresti in grado di pensare. Dovresti avere veramente una soluzione preta per te sotto mano da poter applicare. E così scrivi questi quattro livelli. Livello numero uno: i segnali. Come capisco che sto scendendo, cioè che sto andando verso il momento di crisi, insonnia, irritabilità, fame nervosa, o al contrario inappetenza, chiusura verso gli altri, ritiro. Secondo livello da segnare: il pronto soccorso del corpo: il respiro, acqua da bere per idratare di più i neuroni, una doccia calda per rilassarsi, una passeggiata, una camminata per esporsi alla luce, all'aria e per muovere il corpo: cibo semplice, non processato, ingredienti naturali, zero zuccheri, pochi grassi e sonno. Terzo livello da notare: la connessione: connessione sociale, connessione con altri, connessione con altri significativi, o anche solo con altri umani vivi. Che posso contattare? Cosa posso chiedere? Mi ascolti dieci minuti? È una domanda che posso fare a qualcuno. Puoi ricordarmi di respirare quando sono in questa condizione di crisi? Anche questa è una cosa che possiamo chiedere a qualcuno che ci sta vicino. E il quarto livello è un passo utile, cioè una cosa concreta che riduce il problema, anche piccola, anche minima, ma che io possa fare subito. Quindi, di questi quattro livelli che ti puoi tenere in tasca o sul telefonino, scegli una voce per livello e naturalmente mettila in atto, concretizzala. Questo non elimina il dolore, non elimina il momento difficile, ma ti rende più stabile dentro il dolore. Ed eccoci al secondo esercizio. Secondo esercizio è un esercizio di ringraziamento della mente. Quando arriva un pensiero pesante, prova questo esercizio, vediamo come funziona e quanto funziona su di te. Prima lo noti il pensiero pesante, dici, eccolo qua. Guarda qua che roba. E poi ti dici: grazie, mente, grazie, cervello. Dici: Ma come? Mi sta producendo un pensiero insopportabile, devo pure ringraziarla. Sì, sì, perché vorrei che facessi come se stessi ringraziando un sistema che prova a proteggerti. Perché quel pensiero negativo sta arrivando come distorsione di un sistema che sta cercando di portare la tua attenzione su un ideale pericolo, e quindi sta cercando di attivare le tue difese. Quindi, se vogliamo metterla così, l'intenzione del sistema è protettiva. E quindi noi gli diciamo grazie, mente, perché stai provando a proteggermi. Mi stai proteggendo in effetti, no? È quello che capisco che tu stia facendo. E subito dopo torni al corpo. Torni al corpo nel concreto, ascolti le sensazioni dei piedi, per esempio, ascolti il livello di tensione o di relax che senti nelle spalle. Ascolti il tuo respiro, il rumore che fa, l'ampiezza che ha, le sensazioni fisiche che ti porta. E poi riprendi con un pensiero reale, uno solo, cioè ti dici volontariamente qualcosa di collegato alla realtà. Oggi c'è il cielo azzurro, in questo momento ho dei pantaloni fucsia che mi piacciono moltissimo, o qualunque altra cosa ti venga da dire. E scegli una microazione di cura e di valore, cioè prima noto il pensiero che mi affligge, ringrazio la mente perché mi voleva proteggere, inserisco artificialmente un piccolo pensiero collegato alla realtà, e poi scelgo una piccola azione che mi permetta di prendermi cura di me nella direzione dei miei valori, cioè nella direzione di ciò che conta per me nella vita. Non serve stare bene per muoversi, non serve avere la mente sgombra per vivere. Non serve avere assenza di dolore per stare bene, anche perché si tratta di una condizione, quella dell'assenza di dolore, che raramente si verifica nella vita. E quindi noi possiamo scegliere di vivere anche con la mente rumorosa. Ed eccoci al terzo esercizio. Hai notato che quando soffri, spesso ti parli male, ti dici delle cose brutte, sgradevoli. Allora facciamo una pausa di compassione, un compassion break, in tre fasi. Prima fase occorre dirsi: cavoli, questo è proprio un momento difficile, cioè la fase di consapevolezza: prendo atto che il momento che sto vivendo è tosto. Secondo, non sono solo. È umano soffrire, quando si soffre si sta proprio così. Questo è un senso di comune umanità ti fa sentire sofferente, ma in mezzo a un mondo dove tutti, in un modo o nell'altro, prima o poi, se non adesso tra un minuto, se non oggi domani, soffrono. È un po' come dire mal comune a mezzo gaudio. E tre, adesso voglio essere gentile con me adesso. Quindi un momento proprio di self compassion. Prendo consapevolezza della difficoltà, mi dico che non sono solo nell'universo a soffrire, e mi prendo cura di me con un atteggiamento di gentilezza. Ripeti lentamente queste piccole frasi, che poi diventano dei piccoli momenti, e chiediti: qual è il gesto più gentile? Il gesto più realistico che io possa fare nei prossimi dieci minuti. Beh un po' d'acqua fresca? Mandare un messaggio gradevole? Prendermi una pausa, fare una camminata, mettere un po' d'ordine in un cassetto? Qual è il primo piccolo gesto gentile che io possa fare subito nei prossimi dieci minuti. La compassione non è mollare, è sostenerti giusto per il tempo di ripartire. Se sei in un periodo duro, scegli un solo esercizio tra questi e rendilo quotidiano con un po' di ostinazione. Nei momenti difficili, vince chi fa poco, ma spesso.
Economia Del Sospetto Verso Le Aziende
SPEAKER_02Millennio. Come in ogni puntata parliamo a questo punto di tendenze e di generazioni e di rapporti tra tendenze e generazioni, e lo facciamo con Davide Burchellaro, responsabile di gente.it ciao Davide, ben ritrovato. Ciao. Allora, c'è un fenomeno molto interessante che le persone che hanno più di 40 anni possono indubbiamente raccontare e ricordare. Il fenomeno era questo. Quando eravamo molto piccoli, di fatto le cose artigianali, che erano quelle che andavano per la maggiore, iniziavano a essere viste con sospetto rispetto invece alle cose aziendali o industriali che erano sicuramente più sicure, più certe. E erano gli anni, fine anni 70, inizio anni Ottanta, poi è successo nel giro di vent'anni esattamente il ribaltamento di tutto questo e lo si vede tantissimo nel mondo del bio. Una volta il contadino era bio di suo, ti vendeva le cose, i fruttivendolo, poi a un certo punto sono arrivate le cose industriali come i gelati o come i prodotti confezionati, molto più sicuri perché erano indubbiamente più controllati. Passano vent'anni e si fa il giro opposto. Attenzione: guai alle cose industriali, artificiali, maledetti, ci stanno prendendo in giro. Ritorniamo alle cose bio e al contadino che nel frattempo è diventato un azionista, perché l'insalata è la stessa, ma adesso il bio la vende al triplo. Ecco, questa questione dell'essere diventati sempre sospettosi rispetto alle corporation ha ingenerato una vera e propria economia di botta e risposta tra accuse rispetto a tutte quelle che sono le grandi aziende e i sistemi di difesa di queste aziende, che sono sempre più creativi ed efficaci.
SPEAKER_03Sì, è singolare, mentre parlavi, mi veniva in mente questa parola che si trova spesso se vai dal dietologo, dal nutrizionista, come si dice adesso, i famosi cibi processati, è come se fossero processati in tutti i modi, cioè processati industrialmente e processati anche davanti a una corsa, sono processati e quindi colpevoli, esatto, sì. Esatto, che i giudici hanno colpevoli, la maggior parte delle volte. Allora, l'aspetto industriale barra artigianale è quello che dici tu, ed è esattamente quello che si è voluto. Una volta quando tu ti facevi fare un vestito da un sarto, aveva dei difetti, questo era il suo bello. Poi, quando è arrivata, il fast fashion della moda, questi abiti non hanno avuto senso perché c'era bisogno di un valore aggiunto, di design, e la stessa cosa per il cibo: ci vuole sempre un valore aggiunto per poterlo vendere. Nel caso del cibo, chi ha più problemi, ovviamente, sono le grandi internazionali, per esempio, della distribuzione di fast food, come nel caso di Google King, McDonald's, eccetera, che ovviamente, se avrete notato, tutti fanno uno sforzo in mare per uscire dall'etichetta di cibo spazzatura, che vogliono ingaggiano cuochi e quant'altro nelle varie azioni di questo tipo. Ovviamente, loro sono i primi a combattere la cosiddetta economia del sospetto, che è l'economia che si fonda su quella sorta di lamentela di reclamo molto facile attraverso il webinar che deve agganciare i sospettosi. I sospettosi che a volte sono anche un po' di complettissimi, sì, perché quella. Io mi ricordo che c'era un libro che si chiama Vitellini di Sazi, dove si raccontava, per esempio, che una famosa crema di cioccolato era fatta con un recipiente che era un grasso animale, preso dalle zampette dei vitellini. Ovviamente questa roba mandò. Se fosse successo oggi, non so cosa probabilmente avrebbe fatto chiudere quell'azienda. Invece, poi, nel tempo, la stessa azienda ha trovato dei modi diversi di produrre senza usare quel tipo di ingrediente. Quindi, in qualche modo ha a che fare con l'economia con l'economia del sospetto. Se io sospetto che qualcuno usa l'olio di palma, sicuramente non compra quel discorso. Però l'olio di palma ha un impatto economico notevole sui poveri contadini che producono l'olio di palma. L'economia del sospetto è fatta di queste cose, tanto per fare in generale. Allora, cosa ha fatto il presidente di Blue Working? Cale Tom Curtis ha dato un numero di telefono, dicendo: puoi provare anche tu. Chiamami se c'è qualcosa che non ti è piaciuto, chiamami che ti rispondo io il presidente. Quindi, da lì, gente che chiedeva una nuova variante del Walker: uno che voleva meno pancetta, l'altro che invece si incavolava per gli allevamenti intensivi in Argentina, di tutto e di più, e quindi, anche poi, alla fine, tutta una serie di persone che hanno avuto delle idee di marketing che hanno chiamato e dicendo io farei così. Alcune di questi, appunto, pare che siano anche state prese in considerazione.
SPEAKER_02Non male, se si pensa che tutto parte da una percezione critica e di pericolosità.
SPEAKER_03Sì, indubbiamente è una trovata che spinge sul concetto di sincerità, che è quello che poi muove il marketing delle aziende negli ultimi forse, 15 anni, che loro si sono messi all'interno di questa economia del sospetto, ed è un caso di studio che in realtà ha a che fare con il senso della fiducia, in che cosa uno può avere fiducia quando compra un prodotto app come Luca, dove inquadrando il codice del prodotto, dà le recensioni, e si dice se è un prodotto pessimo o se invece è un prodotto sano, eccetera. E ci sono diverse sorprese che uno si trova di fronte a questa cosa. È chiaro che dà fastidio, perché poi dà la grande distribuzione alle aziende stesse e questa diventa una bussola per capire che prodotti usare, che prodotti non usare, che prodotti ordinare, e anche a un certo punto di vista poi decretare la fine di una produzione.
SPEAKER_02Davide Borchiellaro, responsabile di gente.it, grazie per essere stato con noi. Alla prossima!
SPEAKER_03Alla prossima!
Trauma E Cervello Che Si Protegge
SPEAKER_02La letteratura scientifica. Quando si parla di trauma, la parola chiave non è superare, ma adattarsi. E le ricerche recenti stanno entrando in modo più fine nel come il cervello provi a proteggersi. Una ricerca suggerisce, per esempio, che di fronte a nuovi stress il cervello possa temporaneamente indebolire le reti plasmate dal trauma passato, come se abbassasse il volume di circuiti troppo reattivi. E questo silenziare momentaneo delle reti legate al trauma risulta associato a meno sintomi depressivi e a migliore regolazione emotiva. È un'idea importante. Non sempre ricordare di più aiuta, a volte aiuta saper disattivare. Un secondo studio aggiunge un altro pezzo sorprendente: il trauma infantile può lasciare una sorta di firma metabolica che arriva fino all'età adulta. Ci sono, insomma, pattern chimici nel sangue che potrebbero contribuire a spiegare perché l'avversità precoce aumenta la vulnerabilità sia fisica sia mentale più avanti negli anni. Qui il messaggio non è determinismo, ma realtà corpo e storia personale non sono entità separate. Terzo dato curioso ma utile, l'esposizione a paura controllata, come per esempio intrattenimento spaventoso di qualunque natura, può temporaneamente modificare i pattern cerebrali che sono associati alla depressione, riducendo una iperconnettività legata alla ruminazione, a ripensare e attivando circuiti di regolazione emotiva. Insomma non è un invito a curarsi con gli horror, però una pista, un'indicazione. In un contesto sicuro il cervello può allenarsi a stare con uno stato di sovrattivazione e poi rientrare.
Biofobia E Paura Della Natura
SPEAKER_02Futuro Prosimo. Salutiamo Gianluca Ricci di FuturoProssimo.it come ogni puntata. Ciao Gianluca, ben ritrovato. Ciao Alessandro, ciao a tutti. Allora, già una volta c'era, diciamo, dalle ultime industrializzazioni e urbanizzazioni, in poi la differenza tra persona di città e persona di campagna. La vedevi in cose tipiche, no? La persona di città è abituata a spazi più angusti, al traffico, all'inquinamento, alla disponibilità di tutto, ad avere un campo visivo ridotto, perché di fronte di solito hai una casa, a tempi di movimento in città molto più lunghi a causa della presenza di altri umani vivi, all'utilizzo di mezzi pubblici e così via. Oppure anche semplice alla possibilità di soddisfare i propri bisogni di carattere consumistico e i propri divertimenti andando vicino a casa. Mentre le persone di campagna tutt'altro hanno ritmi diversi, odori, profumi differenti, guardi e guardi l'orizzonte, colori differenti perché non hai quel grigino medio, ma magari hai dei verdi o hai degli spazi colorati ancora, contatto tra umani diversi, un senso di community più stretta. Insomma, città e campagna sono sempre stati differenti. Il cittadino sognava un po' di uscire dalla città, ma temeva anche la modalità outdoor, per così dire, mentre la persona di campagna temeva la grandissima la città e poi il parcheggio e poi il traffico e poi non mi trovo e poi mi fregano e così via, da sempre. Ma adesso c'è proprio una vera modalità di timore generalizzato rispetto al contatto con la natura, che non è più un'abitudine e lo è talmente poco che è diventata non solo un estraneo alla natura, ma anche un presunto nemico. Raccontaci un po'.
SPEAKER_01Ehi, Google, portami in via Glook. Eccomi, ma questa era una cosa che ho preparato per mesi, ho sognato sempre di farlo. Adriano, perdonami, ma giornate intere per strada a giocare, tornare tutti a casa stanchi, sporchi, con qualche graffio sulle ginocchia, e i nostri genit erano contenti. Tutto somma, non è vero, ci picchiavano, però è uguale. Siamo del secolo scorso. Uscendo dal boomer, parliamo dell'era moderna. Per alcuni genitori andare per strada, mandare i bambini per strada, sono cambiati anche i pericoli, è cambiato il contesto. Certo, è un errore da evitare. Ci sono fango, insetti, rami che cadono. Meglio stare in casa dove tutto è controllabile, succede più spesso di quanto pensiamo in città e questa cosa è diventata quasi una patologia. E si chiama biofobia. La paura, il disagio o il disgusto verso gli elementi naturali. Alessandro, che schifo la natura.
SPEAKER_02Ma veramente, veramente, sarebbe molto meglio rimanere in un posto sovrappopolato, sovraffollato, dove se qualcuno per qualche ragione strana gli gira, magari ci sono anche dei piccolissimi bombardamenti mirati, dove comunque l'alimentazione è sana, perché rinunciare a tutto questo?
SPEAKER_01Che osciamo! Se pensi che lo studio che ha ratificato l'esistenza della biofobia, viene dall'università di Londra in Svezia, dove io immagino sempre boschi, bambini che giocano tranquilli rispetto all'urbanizzazione spinta che abbiamo qui. E allora è tutto dire, perché questo studio ha mappato la biofobia attraverso l'analisi di 200 ricerche scientifiche provenienti da campi come psicologia, medicina, conservazione ambientale. L'analisi di tutti questi studi, questa comparazione, ha portato ad un risultato. La biofobia sta aumentando e noi ci stiamo perdendo, dice Johan Kielberg Jensen, che è il ricercatore che ha fatto questa analisi, ci stiamo perdendo qualcosa di importante. Perché? Perché la ricerca, almeno, ha sempre dato per scontato che le persone provino emozioni positive, no? Verso la natura, un bel bosco, un bel sole, una mattinata con la rugiada sul prato.
SPEAKER_02Diciamo, su questo ti faccio un piccolo inciso, ti faccio un piccolo inciso perché la ricerca sottolinea che il nostro sistema nervoso e il nostro sistema cardiocircolatorio e il nostro sistema immunitario migliorano stando nella natura. Ma non è detto che questa cosa ci piaccia, ecco, quindi noi abbiamo degli effetti positivi, un po' come mangiare bene, mangi benissimo, è così buona quell'insalatina, ma che bella quella cosa senza carboidrati, eccetera, eccetera. Stiamo benissimo, ma non è detto che poi ci piaccia. Scusa, la fine dell'inciso.
SPEAKER_01È un inciso importantissimo perché introduce quella che è la sostanza dello studio fatto in Svezia: la biofobia, l'origine, ecco, la biofobia, le origini emerge questo fenomeno da due direzioni diverse. Fattori esterni sono naturalmente i messaggi dei media, l'esposizione alla natura, l'ambiente fisico. I fattori interni sono i tratti emotivi, la conoscenza degli ecosistemi. La biofobia diventa frutto dell'ignoranza. Come quando si ha paura di una persona che viene da un altro posto perché non la si conosce: meno tempo passiamo fuori, meno capiamo come funziona un bosco, come funziona uno spazio aperto e meno capiamo più temi. G svedesi notano un circolo vizioso che si autoalimenta. Tra il 4% e il 9% della popolazione mondiale soffre di fobie specifiche verso animali, ragni e mammiferi che dominano gli studi, gli anfibi, tutto. Eppure molte persone evitano anche le rane, per esempio, anche se sono innoque. È più una questione di familiarità alla fine, non è una questione di pericolo reale, naturalmente. Stiamo perdendo familiarità con la natura e i bambini cresciuti in città, come tu osservavi prima, hanno molte meno occasioni di raccogliere una foglia o di osservare un insetto. Gli atteggiamenti dei genitori a volte amplificano il fenomeno. Mamma evita il parco perché ci sono le zecche, ci sono i cani, che sono sporchi. Il messaggio può arrivare chiaro a un bambino: la natura è pericolosa. Forse è meglio lo schermo del tablet, forse è meglio mediare, facendo vedere gli animali attraverso un video. Insomma, perdiamo davvero tanto, perché, come dici giustamente, il contatto con la natura ha dei benefici oramai documentati dalla ricerca perché riduce lo stress, migliora le performance scolastiche nei bambini, oltre al sistema immunitario. Chi soffre di biofobia evita questi spazi e ha una salute mentale più fragile, potenzialmente, a maggiore ansia, ha minor capacità di resistere agli stimoli dello stress esterno. E poi c'è un problema ancora più ampio: cioè un problema culturale. La biofobia influenza anche gli atteggiamenti verso l'ecologia, verso la conservazione. Chi ha paura dei lupi, magari da grande, spingerà per le leggi che li vogliono limitare, che li vogliono abbattere, che vogliono confinarli a pochissimi spazi. Chi detesta i pipistrelli, non investirà nella loro protezione e così via. E funziona anche quando le specie sono innoque, o addirittura quando sono utili. È un effetto a catena: che parte da bambini e finisce all'educazione e alle politiche ambientali. Quindi è importantissimo combattere la biofobia. Questo mi è venuto in mente leggendo questa cerca.
SPEAKER_02È comunque il pipistrello della frutta è il mio animale preferito, volevo dirti così: te lo comunico.
SPEAKER_01Anche il mio. Prendo ora della sua esistenza, però non sono conto!
SPEAKER_02Ma no, ma no, ma cerca Fruit Path, lo chiamano anche. Quale frutta? Di solito mango, bananine, ma se tu ti cerchi su Instagram Fruit Path, trovi un sacco di pipistrellini che sono in realtà le chiamano anche Flying Foxes. Perché se no, hanno questo pelo rosso, sembrano dei gattini volanti iper bellissimi, ma io mi lotterò finché vivo per i pipistrelli della frutta. Mi lotterò, mi spenderò a fine.
SPEAKER_01Ti confido un segreto. Sto scoprendo di essere un po' biofobico da questa conversazione. Spero di combattere non la biofobia in sé, ma la biofobia in me. E questo è insomma l'augurio che mi faccio da solo.
SPEAKER_02Ciao cariccia, grazie per essere stato con noi.
SPEAKER_01Grazie a te.
Tre Buone Notizie Dal Mondo
SPEAKER_02È le notizie. Prima notizia: il Cile sta per aggiungere un nuovo tassello enorme alla mappa della natura protetta. All'estremità meridionale delle Americhe, dove la Terra incontra i paesaggi subantartici, è in preparazione il Cape Froward National Park. Secondo Reuters, il parco proposto coprirebbe circa 150.000 ettari, tra foreste, torbiere, ghiacciai e costa sullo stretto di Magellano. L'idea è proteggere ecosistemi fragili e fauna a rischio, dal cervo Wemul, in pericolo, fino alla grande catena marina con balene e orche. E il dettaglio più bello è la collaborazione. Una fondazione ha donato circa 127.000 ettari allo Stato con l'impegno di creare il parco entro due anni. È un esempio concreto di rewilding istituzionale. La natura torna protagonista con regole chiare. Seconda notizia, a volte una percentuale racconta una storia enorme. Il 10,01% dell'oceano è ora ufficialmente dentro aree protette e aree conservate. Nel 2024 eravamo all'8,6%. In due anni sono entrati nei registri circa 5 milioni di chilometri quadrati di mare, un'area più grande dell'Unione Europea. Questo non significa che il lavoro sia finito, anzi l'obiettivo è triplicare entro il 2030, ma è una prova che quando paesi, scienza e comunità spingono nella stessa direzione, i risultati arrivano. Terza notizia: infrastrutture che cambiano le abitudini. A Helsinki, racconta Reuters, ad aprile ha aperto un ponte panoramico lungo 1,2 km, il più lungo della Finlandia, riservato a pedoni, ciclisti e tram. All'inaugurazione sono arrivate circa 50.000 persone, un segnale che la città ha fame di spazi belli e sicuri. Helsinki dichiara circa 1300 km di piste ciclabili, di cui 100 km di superhighway per bici e punta ad aggiungerne altri 80 km entro il 2029.
SPEAKER_00Era Relief, il podcast.
SPEAKER_02Relief è il primo servizio di sollievo psicologico rapido per le emergenze emotive di tutti i giorni.
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