Relief: il podcast.

#6-6 Gestire il dolore invisibile - Ospite: Giorgia Soleri

Alessandro Calderoni Season 6 Episode 6

Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.

0:00 | 45:01

Il dolore che non si vede diventa spesso un processo: devi dimostrare, spiegare, convincere. Noi partiamo da qui, con Giorgia Soleri, scrittrice e attivista che ha scelto una visibilità non “patinata” ma precisa e umana, per parlare di dolore cronico e dolore invisibile: endometriosi, fibromialgia, vulvodinia, neuropatie. Entriamo nel punto in cui il linguaggio fa danni o fa cura: quando qualcuno dice “è tutto nella tua testa”, sembra sminuire, ma la realtà è più complessa e riguarda il sistema nervoso, la nocicezione e il legame profondo tra mente e corpo. 

Ci spostiamo poi su un terreno altrettanto concreto: i confini. Cosa proteggiamo quando raccontiamo la nostra vita online? Come si regge l’urto dell’algoritmo che porta i contenuti a chi non ha contesto, tra commenti aggressivi e etichette che riducono una persona a una relazione passata? Da lì affrontiamo anche il tema della non monogamia in Italia, non come provocazione, ma come accordo tra adulti e richiesta minima di rispetto, senza trasformare le scelte relazionali in uno scandalo permanente. 

Nella seconda parte torniamo alla psicologia pratica con tre esercizi di resilienza: distinguere tra problemi e preoccupazioni, costruire un manuale di sopravvivenza per corpo mente relazioni, e usare il coping ahead per attraversare una situazione sfidante senza evitarla. Chiudiamo con uno sguardo sul presente digitale e sulle abitudini: la crisi delle app di dating e gli effetti su ansia, depressione e immagine corporea (con Davide Burchiellaro), le ricerche su musica rilassante e fatica mentale, e il gaming con una soglia chiara (10 ore a settimana) oltre la quale sonno, alimentazione e movimento iniziano a pagare il conto (insieme a Gianluca Riccio). 

Se ti è utile, iscriviti al podcast, condividi la puntata con qualcuno che ne ha bisogno e lasciaci una recensione: qual è la parte che ti ha colpito di più?

Inviaci un messaggio.

Grazie per l'ascolto. Seguici sul nostro sito, su Facebook o Instagram.

intro

SPEAKER_02

Relief, il podcast Psicologia pratica e gestione delle emozioni, con i trucchi, le interviste e i racconti di Alessandro Calderoni.

intervista a Giorgia Soleri

SPEAKER_04

In collaborazione con gente.it. Ben ritrovati in nuova puntata di Relief. Questa volta l'ospite è Giorgia Soleri, scrittrice e attivista, che ci racconta del suo lavoro sul dolore cronico e invisibile, come neuropatie, volvodinia, fibromialgia, endometriosi, del legame tra personale e politico, dello stigma sul dolore nella testa, e poi parlerà anche di confini tra pubblico e privato e di reazioni social, inclusa l'etichetta legata alla storia con Damiano, che fu. E parla anche di non monogamia come accordo tra adulti. Poi vi proporremo i soliti tre esercizi. Questa volta i trucchi del mestiere riguardano la resilienza, distinguere tra problemi e preoccupazioni con un'azione o un gesto di cura, costruire un manuale di sopravvivenza con risorse per corpo, mente e relazioni, e poi una specie di coping ahead, cioè una visualizzazione pre-post di una situazione sfidante. Con Davide Burchi e Laro nello spazio Millennials, discuteremo della crisi delle app di dating, tra algoritmi, match centellinati e possibili effetti su ansia, depressione e immagine corporea. Nel Spazio Futuro Prossimo di Gianluca Riccio parleremo di gaming e di un limite di 10 ore settimanali, oltre il quale, a quanto pare, peggiorano le abitudini di sonno, di cibo e di movimento. Le ricerche scientifiche di questa puntata riguardano musica rilassante e riduzione della fatica mentale, sincronizzazione del blinking, cioè del movimento di chiusura e apertura delle palpebre, con la musica e l'attenzione, e musica e percezione del tempo. E infine le belle notizie toccheranno un farmaco sperimentale per una functional cure dell'epatite B cronica, l'upgrade delle batterie agli ioni di sodio e il rilascio di bisonti europei in Spagna per il rewilding. Cominciamo, il caso, ospite di questa puntata di relief, Giorgia Soleri. Ciao Giorgia, benvenuta.

SPEAKER_00

Ciao, grazie mille per l'invito.

SPEAKER_04

Scrittrice e attivista, Giorgia in questi anni ha scelto di usare la visibilità non tanto per rendersi, come dire, più levigata o più patinata, ma piuttosto più vera. E così hai scritto, hai raccontato il dolore invisibile, cronico, hai parlato di neuropatie, di volvodinia, di fibromialgia, hai parlato di corpo, di salute mentale, di relazioni, di libertà femminile, senza cercare per forza di risultare rassicurante a tutti i costi come a volte capita. Ecco, tra l'altro oggi continui questo lavoro anche con il tuo di podcast Un'ora Sola Ti vorrei che raccoglie conversazioni intime e un po' senza copione. Ma ti senti più vicina in questo momento alla scrittura, all'attivismo o alla conversazione?

SPEAKER_00

Allora, intanto grazie per questa descrizione. Ma devo dire che in realtà mi sento sempre più vicina a tutte queste cose. Nel senso che per tanto tempo ho pensato di dovere un po' vivere a compartimenti stagne, quindi di dover essere o una scrittrice, o un'attivista, o un influencer, o una podcaster. E invece sto capendo che possano essere tutte queste cose. Usciamo dal mese della consapevolezza sull'endometriosi. Quindi, diciamo che in quest'ultimo periodo in particolare mi sono occupata più di fare sensibilizzazione e divulgazione, però mi sento vicina a ogni metodo e linguaggio che mi permette di comunicare e arrivare alle persone.

SPEAKER_04

C'è una verità che ti è costata, ma di altre dire ad alta voce?

SPEAKER_00

Forse quello di non avere un buon rapporto con il mio corpo e di non riuscire a seguire tutte le indicazioni cliniche comportamentali che potrebbero portarmi magari a stare un po' meglio, ma a sacrificare troppo di me stessa e della mia vita.

SPEAKER_04

Quando è che hai capito che raccontarti, raccontare te stessa anche nei dettagli non era solo una questione di esposizione, ma anche un gesto politico?

SPEAKER_00

Questa è una domanda bellissima. Allora, io devo dire che il mio percorso femminista è andato di pari passo con le diagnosi. Io ho iniziato insomma a studiare il femminismo poco prima di avere la prima diagnosi, sei anni fa ormai. E quindi ho iniziato a parlarne perché io sono riuscita a ottenere le diagnosi grazie ad altre donne che hanno raccontato la loro storia e il loro dolore. E dopo 11 anni di niente, sei ipocondriaca, sei esagerata, mi sono potuta riconoscere i miei sintomi, trovare un nome a questo dolore, cercare un medico specializzato e avere la diagnosi. Al contempo scoprivo il femminismo che insegna il personale politico e quindi la condivisione è andata di pari passo, non riuscivo a vedere un'alternativa diversa che non condividere la mia esperienza.

SPEAKER_04

Ecco, d'altronde poi c'è un rischio, però che è quello di non riuscire a volte a distinguere, dico un rischio per te, tra te e te, dove finisce il racconto di sé e dove inizia invece il personaggio. Tu, come riesci a tenere queste due cose, la parte pubblica e la parte privata insieme?

SPEAKER_00

Allora, devo dire che io non riesco a essere niente di diverso da me. E questa cosa nella mia vita privata, ma anche nel mio lavoro. Non riesco a fingere, non riesco a rendermi più piccola, più digeribile, più comodante. E ovviamente questa cosa mi ha portato tante cose belle sia nella mia vita privata che nel mio lavoro, ma anche tanti screzzi e tante rotture appunto sia nella vita privata che nel mio lavoro. Per cui non so come dire non finisce, cioè non inizia e non finisce il mio personaggio perché non esiste, sono io. Gli unici limiti che cerco di mettere sono quelli a protezione di me stessa, della mia salute mentale, del mio spazio intimo e privato anche a livello di tempo. Quindi, insomma, di spegnere a un certo punto il telefono e dire adesso sto un attimo con me stessa, e di tutelare le persone intorno a me. Questi sono gli unici limiti rispetto al lavoro.

SPEAKER_04

Io lavoro molto spesso sul dolore cronico e sul cosiddetto dolore invisibile. Una cosa che mi colpisce sempre è che il mondo di solito fa una certa confusione quando gli dici che il dolore è creato dalla mente. Ora, il dolore è generato dalla mente, non inventato. Econdo te, qual è la parte del dolore cronico che il pubblico continua a non capire?

SPEAKER_00

Guarda, solo per questa domanda penso ci vorrebbero ore di risposta. Allora, partiamo dal presupposto che una cosa che ho compreso negli ultimi anni è quella che dici tu, ovvero che quando ti dicono che il dolore è tutto nella tua testa, letteralmente così, perché il sistema nervoso parte da lì. Quindi è letteralmente creato dalla testa ed è nella tua testa. Però, visto lo stigma, e ti pensa che un dolore non sia reale? Una cosa di cui parlo spesso, i fino anni mi hanno convinta che io dovessi avere una salute mentale di ferro per poter essere creduta nel mio dolore. In realtà, molto spesso quando si soffre di dolore cronico, anche la salute mentale viene penalizzata, ma perché ti devi abituare all'unica cosa a cui il nostro corpo non è fatto per abituarsi, cioè il dolore. Cioè il dolore esiste per dirti che qualcosa non va. Quindi, siamo programmati, siamo programmati per non poterci abituare a quel messaggio, altrimenti è come abituarsi in qualche modo alla morte, permettimi la metafora. E quindi è molto complesso abituarsi al dolore, per cui chiaramente anche la salute mentale ne viene viene toccata dal dolore cronico. Questo però non significa che non sia vero, e soprattutto ancora oggi dividiamo il dolore organico fisico da quello mentale, come se il dire no, ma le mie malattie sono organiche le rendesse più reali, le rendesse malattie di serie A, mentre se il mio dolore fisico fosse psicosomatico, allora no, sarebbe un po' un dolore finto. In realtà il dolore psicosomatico dovrebbe essere, secondo me, visto come un disagio psichico o emotivo talmente forte che si ripercuote sul mio corpo. Quindi, in realtà dovrebbe essere, non dico attenzionato di più, ma almeno al pari del dolore organico.

SPEAKER_04

Per me sono anche perché c'è un legame molto profondo tra i due: noi oggi sappiamo che scientificamente la sofferenza mentale, per una questione proprio di centri interni al sistema nervoso centrale, cioè al cervello, la sofferenza mentale induce anche un'espressione fisica. Uno, perché le emozioni alla fine sono neuropeptidi. Quindi, quando tu provi delle emozioni sgradevoli, questi neuropeptidi, questi ormoni vanno in giro e a volte aggrediscono degli organi. E due perché la nocicezione, cioè la percezione del dolore è di fatto basata su due livelli. Il primo livello è dal punto in cui eventualmente c'è una lesione fino al cervello. E il secondo livello è dal cervello parte una specie di ispettore ministeriale che va a vedere che cosa succede davvero. E a seconda di quello che noi ci diciamo, di quello che proviamo, il dolore aumenta o diminuisce. Quindi è un tema in cui mente e corpo non fosse altro per il fatto che il cervello è appunto un organo del corpo, sono talmente correlati da rendere la sofferenza indistinguibile, a dire vero. Ma ti dà fastidio, ti dà fastidio che una parte del pubblico ti legga come voce di riferimento sulle malattie invisibili, o un peso oppure è un piacere?

SPEAKER_00

No, è un piacere, un privilegio e un onore gigante. Ci sono stati dei momenti in cui è stato complesso per me parlarne, ma mi sono sempre sentita molto libera di comunicare che era un momento in cui non stavo particolarmente bene, quindi non me la sentivo di parlarne. E devo dire che, diciamo, la community, quella stretta di persone che mi seguono e che mi conoscono, ho sempre trovato un'enorme comprensione, accoglienza e abbraccio. Quindi non posso veramente lamentarmi di niente. Il problema nasce quando i contenuti vengono spinti dall'algoritmo a persone che non conoscono quel tema, non conoscono te e il tuo metodo comunicativo, e quindi spesso comunicano in modo negativo, mettiamola così, rispetto al contenuto che stai portando. Però anche ultimamente avevo fatto un video dove mostravo la pancia gonfia per le endometriosi, e tante persone mi hanno detto: ma ci vuole un sacco di coraggio, e a me viene da direci coraggio a scrivermi un commento negativo. Non c'è nessun coraggio nel mostrare un corpo malato.

SPEAKER_04

E invece ti dà fastidio che una parte del pubblico ti legga ancora prima come ex famosa per via della storia con Damiano, e solo dopo come autrice?

SPEAKER_00

Mi dà fastidio quando vengo riconosciuta solo in quel modo perché è stata una parte della mia vita molto importante, molto lunga e anche molto bella. Però, insomma, siamo andati avanti da anni ormai, quindi ho fatto io tante altre cose, lui tante altre cose, abbiamo avuto altre relazioni. Quindi, insomma, siamo andati avanti e direi che ora sono molto altro.

SPEAKER_04

A proposito di argomenti scottanti, di tu, hai affrontato apertamente il tema della non monogamia o del poliamore in Italia, che diciamo è un posto particolare per parlare di questi temi, perché sono tutti lì col filo di perle a dire oh signor! però poi la vita di provincia è molto molto diversa. In Italia senti ancora che una scelta relazionale venga trattata come scandalo invece che come accordo tra adulti, o ti sembra di notare che ci siano più aperture?

SPEAKER_00

No, questo è uno dei pochi temi su cui noto sempre una giudizio che negli anni non è ancora, mi auguro, cambiato. Perché anche la reazione che ricevi dalle persone, anche amiche, anche persone vicine, spesso è quella di dire Ah, io non lo farei mai, e io dico sempre, ma in un certo senso facendo coming out sul mio orientamento relazionale, no? Se io ti dicessi che sono lesbica, ti verrebbe mai da rispondermi: Ah, oddio io non lo farei mai, non lo faresti per rispetto, no? Anche perché se io ti dico che sono omosessuale, non ti sto dicendo che quindi lo devi essere anche tu, allo stesso modo la non monogamia, no? Io ho compreso che per me la non monogamia funziona meglio perché penso che l'essere umano sia anche il risultato di tutte le esperienze che fa, comprese quelle relazionali e sessuali, e io voglio che l'essere umano o gli esseri umani che mi sono affianco e che amo romanticamente siano liberi e libere di fare tutte le esperienze possibili che lo rendono o la rendono felice. Quindi per me è questa, diciamo, la cosa più importante, però non mi sentirei mai di andare a imporre la mia scelta di considerarla più giusta o più sana o più scientificamente corretta, perché spesso si sente dire che l'essere umano non è nato per essere monogamo, l'essere umano non è nato nemmeno per mettere i vestiti di lusso, non so come dire, però lo facciamo. Quindi l'evoluzione, poi è anche questo: ognuno trova la sua quadra, il suo equilibrio, la sua felicità e la sua dimensione nel modo in cui crede. Per me ad oggi la mia monogamia è l'unico modo di intendere le relazioni, anche perché, come dicevi, spesso si dice: Ah, oddio, no, io non lo comprendo, non lo capisco. Poi non conosco nemmeno una coppia che sta insieme da tanto tempo e che non ha tradito almeno uno dei due. Quindi mi chiedo se devo ferire e mancare di rispetto e omettere dei desideri che ho alla persona che ho fianco e che amo, perché non posso farlo apertamente?

SPEAKER_04

Un piacevole evento di libertà con Giorgia Soleri, Giorgia, grazie tantissime per essere state con noi.

Trucchi del mestiere

SPEAKER_00

Grazie a voi, grazie mille. Ciao.

Millennials

SPEAKER_04

Cerucchi del mestiere. I tre esercizi di questa puntata di relief vogliono ambiziosamente provare a farti sperimentare la possibilità di trasformare i momenti difficoltà in momenti di competenza o di risorsa. È quello che poi si chiama tecnicamente resilienza, ok? La resilienza in modo concreto non significa essere o percepirsi come invincibile, ma costruire strumenti. Fare resilienza significa distinguere ciò che puoi cambiare da ciò che puoi solo attraversare e avere un menu, come dire, di strategie pronto per attraversare ciò che non puoi cambiare. Eccoci quindi con tre piccoli esercizi per allenare tre piccoli versanti di questa importante abilità. Il primo esercizio lo possiamo intitolare problema o preoccupazione. Vorrei che scrivessi o pensassi una cosa che ti pesa adesso in una frase, quindi sintetizzala, compendiala in una frase sola. E chiediti una volta che la leggi lì su carta o che l'hai pensata come una frase, è un problema o una preoccupazione? Che differenza c'è? Un problema è qualcosa su cui posso agire. Una preoccupazione è qualcosa su cui non posso controllare tutto. A volte non posso controllare niente. Se è un problema, scrivi un'azione concreta che puoi fare entro 24 ore per cambiare le cose. Se è una preoccupazione, scegli un gesto di cura da prendere nei tuoi confronti. Mentre la tua mente pensa, ripensa, ripensa, ripensa. Può essere una camminata, una doccia calda, un bel respiro profondo o un ciclo di respiri lenti. Magari uno scambio, una telefonata, un incontro con una persona. O fare un minimo ordine in uno spazio che ti sembrava disordinato. Ecco, tutto questo è un'azione di cura nei tuoi confronti, anche mentre la tua mente ti propone questa salsa di pensieri sgradevoli. E chiudi con: posso controllare l'azione, ma non il resto. Posso controllare l'azione, ma non l'esito della mia azione. Quindi, di fatto iniziamo già con questo ad abituarci che ci sono molte cose che noi possiamo fare e guai a non farle, ma ci sono tantissime altre cose che non possiamo fare, che non dipendono da noi, e che vanno semplicemente solcate, attraversate. Secondo esercizio, questo lo intitolerei manuale di sopravvivenza personale. Pensa a un periodo difficile che hai attraversato, o che stai attraversando, ma se lo hai finito, è meglio perché per questo esercizio è più educativo osservare qualcosa di chiuso. Perché? Perché la domanda è: quali strategie ti hanno aiutato davvero quella volta? Tutti noi abbiamo un curriculum di momenti schifosi che abbiamo attraversato, e naturalmente, più vai avanti con gli anni, più vai avanti con l'esistenza, più vai avanti con le statistiche, che significa che più vai avanti con i momenti schifosi, oltre a quelli gradevoli, naturalmente, però qui ci interessano i momenti difficili. Quella volta lì che hai pensato, che cosa ti ha aiutato davvero? Quali strategie ti hanno aiutato? E crea un menu in tre categorie, cioè fai proprio una tabella scritta o un foglio di Excel, se sei un po' più nerd. E cosa ci fai in questa tabella? La prima riga è la riga del corpo: ci può essere acqua, sonno, movimento, respiro. La seconda linea può essere quella della mente. Scrivere, ristrutturare, meditare, musica, lettura. La terza riga può essere quella delle relazioni. Chiedere aiuto, parlare, porre confini. E metti almeno due voci per categoria. Cioè ognuna di queste categorie, vale a dire quella del corpo, quella della mente, quella delle relazioni, deve avere almeno due voci, io te ne ho suggerite alcune, ma ce ne puoi mettere altre. Ecco, scegli una voce di quelle che di fatto ti hanno aiutato in quel periodo difficile, prendendo spunto da questa tabella, e falla oggi. Naturalmente, se volessimo essere più clinici, potremmo dire che queste strumentazioni di autoaiuto sono disposte in modo piramidale. Al lato più basso, quelle basic sono quelle sul corpo, quelle centrali sono quelle relazionali, sociali, e quelle più elevate, più sofisticate sono quelle di intervento sulla mente. Ma l'ideale sarebbe che tu avessi delle strategie che funzionano a tutti e tre i piani: qualcosa che sai che funziona sul corpo, per esempio una doccia calda o una corsetta, qualcosa che sai che funziona a livello sociale, una chiacchiera con un amico o qualcosa del genere, e qualcosa che sai a livello della mente, per esempio la meditazione o una tecnica di rilassamento. Quindi un buon scopo di vita è riuscire ad accumulare delle abilità, delle risorse a tutti e tre i livelli. Ma nel frattempo, mentre questo può essere un buon obiettivo, guardiamo che cosa ha già funzionato su di te nelle esperienze passate, e siccome cavallo che vince non si tocca, andiamo a rifare quello che, naturalmente di funzionale, ha avuto il suo fantastico effetto in passato, quando ci sono stati dei momenti sgradevoli. Attenzione, naturalmente, a scegliere risorse, appunto, funzionali, non disfunzionali. Quindi, se una volta sei stato tanto bene perché ti sei scolato un litro di whisky, ecco, non lo metterei tra le azioni funzionali da fare sul corpo: terzo e ultimo esercizio di questa puntata lo chiamiamo in modo un po' come dire, come quelli che la sanno: Coping a Head. Facciamo un film in tre atti. È un'immaginazione che ci fa creare un film in tre atti. Vorrei che scegliessi una situazione imminente che sta per arrivare, e che sai che ti mette un po' alla prova, è un po' challenging, un po' sfidante, un po' difficile per te. Può essere un'interrogazione, un esame, una riunione, una visita, una chiamata da fare, qualcosa che ti mette un po' alle strette o che ti fa stare un po' sui carboni ardenti. E immaginati un film in tre atti. Primo è la preparazione. A occhi chiusi, se non stai guidando, ti immagini mentre fai qualcosa di concreto prima, anche dieci minuti prima della famosa scena difficile. Vedi te stesso mentre quel te stesso si prepara al meglio ad affrontare la scena difficile. Atto secondo: quello è il momento critico arriva la difficoltà, e tu vedi quel te stesso del futuro che respira, rallenta e utilizza una sua frase rassicurante. Ok? Qualcosa di piacevole per te che puoi decidere anche a tavolino adesso. Atto terzo, il post, il dopo, vedi quel te stesso recuperare dopo il momento di tensione, barra performance, barra usura, e quindi bevi acqua, fai una passeggiata, fai un po' di stretching, fai qualcosa di gentile verso di te, ti prendi un po' di pausa, riposi, ascolti un po' di musica. Ecco, quindi, in sostanza, il film che vorrei che ti facessi nella mente è un film che visualizza il pre, il durante e il post rispetto a quel momento difficile. L'importante è che alla fine, dopo i tre atti di questo film, tu ti dica: non devo evitarlo, posso attraversarlo con gli strumenti adeguati. E quindi, se vuoi, puoi crearti un vero e proprio menu di resilienza sullo smartphone, e quando arriva un giorno storto, avrai già la lista pronta di questi tre esercizi. Vale a dire distinguere tra problema e preoccupazione, avere un manuale di sopravvivenza personale ricordandoti quali sono le risorse che funzionano nella tua mente, nel tuo corpo e a livello di relazioni, e farti questo piccolo film che ti permette di visualizzare in anticipo il pre, il durante e il post di un momento difficile. Ed eccoci al corner dedicato al mondo delle generazioni, agli scambi tra generazioni, alle differenze tra generazioni, e anche a tutto quello che di generazione in generazione si lascia sottolineare come avvincente o nuovo o in cambiamento. E proprio per questi temi, come sempre, parliamo con Davide Burchiellaro, direttore di Gente.it. Ciao Davide, ben ritrovato.

SPEAKER_03

Ciao a tutti, grazie.

SPEAKER_04

Questa volta parliamo di up di dating, un tema che in questi anni abbiamo affrontato più volte all'interno di queste stesse pagine, come si diceva una volta. E le up di dating sono un po' cambiate effettivamente, perché nascono tanti tanti anni fa come luogo di perizione, cioè come luogo in cui le persone andavano esclusivamente per cercare avventure di natura sessuale. Poi sono diventate delle app che servivano per combinare coppie che a volte funzionavano, a volte no, poi sono diventati praticamente dei social network perché all'inizio tutti si vergognavano di esserci, e adesso, sostanzialmente, è come essere su Facebook una volta o su Instagram. E qual è la nuova pagina?

SPEAKER_03

Ah ecco guarda, la nuova pagina parla di una crisi, di una crisi di queste app, come dire, come giustamente sottolineato, sono partite un po' di anni fa, quindi era inevitabile che il ciclo, a un certo punto trovasse un fermo, io mi ricordo come te, probabilmente l'imbarazzo che si provava quando sentivi parlare di agenzie matrimoniali, che meraviglia! Spiamo, ideata da quel genio di Costanza, eccetera, dove già lì si poteva intuire che si cominciava a combattere un po' il tabù, di questa, di questa cosa, di questi matrimoni, di questi coppie combinate, in qualche modo, ma quello che succede oggi è che siamo in una situazione diversa, oggi siamo in una situazione in cui abbiamo avuto diversi diversi aniversi anni di migrazione delle varie app di dating, no, perché da un lato, comunque sono diventati di moda, tutti ci andavano. Però come hai detto tu, però in realtà poi erano anche soggetti a molte critiche. Sono stati soggetti a molte critiche soprattutto in quelle più estreme, che le consideravano apparati del capitalismo digitale, altri come dire parlavano di mercificazioni delle relazioni. In realtà, sotto c'era un'unica verità, insomma, che è un po' quella che è stata sempre dietro internet, cioè che comunque sono algoritmi progettati per fare realtà, soprattutto per massimizzare il tempo di permanenza dell'app e i ricavi degli abbonamenti, certo, poi giusto per essere chiari, stiamo parlando del capostipite che era Tinder, ma poi anche di Bamble, di Hinge e di tutti questi che a poco a poco o hanno cambiato un po' forma o si sono moltiplicati. Esatto, è successo. Che poi è stato smascherato un po' questo meccanismo del cosiddetto match throughing, che non so se l'ho pronunciato bene, comunque sostanzialmente l'algoritmo riconosce quella che potrebbe essere una serie di contatti promettenti per te, ma te li limita, come dire, ti ricca la telecentellina, quindi fa l'opposto di quello che dovrebbe fare, e questo sempre per uno scopo diverso. Tutte quelle ricerche che confermano una correlazione abbastanza importante tra l'uso passivo delle app, il cosiddetto duom scrolling e lo swipe un po' compulsivo, e l'aum dell'ansia, della depressione e dell'insoddisfazione anche relativa alla valutazione del proprio corpo, una cosa importante da notare.

SPEAKER_04

Il mio sguardo, è poi lo sguardo clinico di chi vede i pazienti tutti i giorni, e la stragrande maggioranza dei pazienti, almeno di quelli under 45, porta anche in seduta la loro esperienza su queste app proprio perché sono iper diffuse. Da un po' di tempo, naturalmente, la lamentela di tutti è proprio una lamentela che ha a che fare col mondo dell'eccesso di richiesta di denaro per ottenere qualche risultato. Cioè, una volta tu entravi e provavi queste app e qualcosa in qualche modo ottenevi, mentre adesso lo specchietto per la Lodola è sempre che ti si dice che ci sono 14 milioni di contatti che guarda caso non aspettavano altri che te, ma che purtroppo potrai accedere a tutto questo ben di Dio soltanto pagando l'abbonamento. Qualche anno fa ero buttato in una ricerca su un campione anche piuttosto ampio, 150 persone circa, di utilizzo e di correlazione con gli aspetti psicologici e quello che era emerso è che la stragrande maggioranza dei maschi cercava un'avventura e denotava un profilo con caratteristiche narcisistiche. Mentre una prendo di circa l'82-83%, mentre un po' più del 60% delle femmine cercava una storia d'amore e denotava invece delle caratteristiche da vera sognatrice. Ora, Sava San Dr. il match tra queste due statistiche è un disastro, perché molto spesso ti capita di beccare l'incastro che fa esattamente al caso tuo per farti del male. Comunque, ho fatto questo inciso, ma ti lascio continuare, volentieri.

SPEAKER_03

Esattamente così, mi hai fatto venire in mente il truffatore, quello su cui è stata fatta anche la serie di Netflix. Che alla fine è rimasto comunque una specie di celebrità, nonostante abbia fregato un sacco di soldi a un sacco di persone, detto questo, non è stato certamente lui a fare crollare il suo business, ammesso che sia crollato perché non lo è, però a far mostrare le prime crepe, soprattutto c'è il tema del calo degli utenti attivi. I titoli di Match Group, che è poi la frittura di Tinder e di King, e poi i licenziamenti Massa che ho citato prima: cioè Bumble, che è stata una specie di fiammata molto importante perché aveva appunto il messaggio che erano le donne che potevano scegliere, ma tutto questo infine ha costituito a una sorta di rifiuto ed è tornata l'esigenza in qualche modo di tornare a una modalità autentica. Quello che mi chiedo io, cosa vuol dire questo? Nel senso che se abbiamo una generazione importante di molte persone che è cresciuta con questa modalità, quindi, anche, calcolando tempi di un certo tipo per conoscere delle persone, no? Perché è un aspetto positivo di queste artifici per le persone che lavorano tanto, che sono spesso in contesti in cui magari la notte non la possono sfruttare per andare in locali o robe del genere, e questo gli ha portati a una facilitatore di incontri per persone diversamente sole, no?

SPEAKER_04

Chi è solo perché non ha tempo, c'è chi è solo perché abita in una grande città, c'erano tutte queste nicchie che sono diventate però maxi nicchia, tanto da sovrapporsi alla quasi totalità della popolazione, il che doveva far riflettere. Giustamente tu dici, Ok, ma adesso che ci siamo abituati a questa modalità, dove andiamo?

SPEAKER_03

Esatto, e qui lascio con questa domanda, perché comunque è tutto ancora in divenire. Poi come sappiamo, quando si parla di web e di algoritmi, siamo sempre già, siamo sempre un passo indietro rispetto a quello che dovremmo conoscere, perché ovviamente sopra le nostre teste si fanno tanti giochi.

SPEAKER_04

Forse verrà cambiato il modello di business, mantenendo però il tipo di funzionalità, perché effettivamente una volta che sei andato a trovare un mercato così ampio, sarebbe veramente stupido rinunciare alla soddisfazione di quel mercato. Vedremo che cosa succede. Grazie, Davide Burchiali.

SPEAKER_03

Aspetta, ti dico questa cosa, perché in realtà hai tirato fuori una cosa importante. Cioè, in realtà si sta andando proprio in quella direzione, cioè di trovare delle modalità non sempre algoritmiche, ma più umane, tra virgolette, vediamo dove porterà.

La letteratura scientifica

Futuro prossimo

SPEAKER_04

Davide, grazie per essere stato con noi, ci sentiamo alla prossima. Ciao, la letteratura scientifica. Quando siamo mentalmente esausti, cerchiamo spesso stimoli forti, tipo doom scrolling sul telefonino, video, musica d'alto volume, ma una linea di ricerca recente suggerisce l'opposto. In alcuni casi il recupero passa da un reset più morbido e la musica può essere un interruttore sorprendentemente efficace. Uno studio ha osservato, infatti, che 20 minuti di musica rilassante possono ridurre la fatica mentale. Questo si vede anche in cambiamenti specifici dell'attività cerebrale, è un pezzo importante. Non stiamo parlando solo di gusto personale, ma di un effetto misurabile su uno stato di sovraccarico. Un'altra ricerca guarda un dettaglio minuscolo, il battito di ciglia. Sembra che il nostro blinking possa sincronizzarsi con caratteristiche acustiche della musica, e questa modalità può influenzare l'attenzione dopo l'ascolto, soprattutto negli adulti più anziani, durante compiti cognitivi. In pratica, la musica non è solo un sottofondo, può letteralmente guidare il ritmo con cui il cervello si prepara e risponde. Terzo tassello: ascoltare musica può riorganizzare temporaneamente reti cerebrali legate alla percezione del tempo. Se ti capita di sentirti fuori tempo, magari in ritardo su tutto, con le giornate che ti scappano, beh, tanto sappi che non sei solo. E poi il cervello costruisce il tempo e la musica sembra una delle leve per ricalibrarlo. Ascoltala, futuro prossimo, e ben ritrovata ancora una volta Gianluca Ricci di FuturoProssimo.it. Ciao, grazie per essere con noi. Ciao Alessandro, ciao a tutti. Allora, tu devi sapere una cosa, piccola confidenza personale, io sono un grande appassionato di videogiochi, ma in modo molto strano, cioè ne so pochissimo, ma li ho sempre presi sin da ragazzino. Ogni volta che c'è una console nuova, mi procuro quella console per giocarci un massimo di 6 minuti all'anno. Perché dopo questa quantità di tempo mi rompo le palle. Ma ci sono moltissimi ragazzi, ho un sacco di pazienti tra i 15 e i 30, non tra i 15 e i 20, che considerano il gaming una pratica non solo quotidiana, come è normale pensarla, ma una pratica veramente assidua, fino ad arrivare naturalmente a ragazzi che ci giocano ore, ore, ore, ore ogni giorno, a volte rinunciando al sonno per giocarci e quindi a volte istituendo anche una pericolosa dipendenza che produce delle deformazioni nel ciclo veglia sonno, ma ovviamente quelli sono gli aspetti più patologici. Senza arrivare agli aspetti patologici, però, c'è una misura per capire quanto è troppo giocare?

SPEAKER_02

Certo, c'è sempre stata, se ci pensi, solo che prima la misura si chiamava genitori. Ecco, tipo anche i miei, dall'83 ai primi anni 2000, che sono più o meno i miei tempi di gioco. Poi dagli anni 2000 in poi, col matrimonio e altre sciagure, io ho appeso le joie dal chiodo. I genitori urlavano la classica frase: Spegni quell'affare basandosi sull'istinto, sostanzialmente, sulla mindfulness, chiamiamola così. I ragazzi rispondevano che una partita ancora non ha mai ucciso nessuno. Avevano ragione entrambi alla fine. E in qualche modo torto entrambe. Perché? Perché il nuovo studio condotto dalla Carting University, pubblicato su una rivista che si chiama Nutrition, una rivista scientifica, ha messo ordine in questo caos identificando nei tempi moderni un punto di non ritorno. C'è questo limite che tu dicevi. Il numero magico, non lo dico da napoletano, è 10 ore a settimana. Se stai sotto questa soglia, il tuo corpo non distingue tra una sessione di Fortnite e una lettura sul divano quindi non hai grossi danni. Appena il contatore segna l'undicesima ora. Questo lo dice uno studio su 300 studenti, quindi non proprio un sondaggio per strada, si entra nel territorio del troppo gaming. Ecco, e quindi lì le cose cambiano.

SPEAKER_04

Ora, come cambiano? Esatto, che succede?

SPEAKER_02

Eccolo, questi 300, in realtà 317, per essere preciso: partecipanti dall'età media di 20 anni, quindi, nel pieno della formazione e delle abitudini, quando c'è da scegliere tra il calendario di Max, che però non fanno più, e scusate, il videogioco sono stati divisi in tre gruppi: giocatori occasionali, quelli, cioè da 0 a 5 ore a settimana, tu apparteresti a questa categoria. Giocatori moderati 5-10 ore a settimana, e giocatori assidui oltre le 10 ore a settimana. La sorpresa è che i primi due gruppi sono praticamente identici dal punto di vista medico: giochi zero ore fino a 10 ore, digerisci nello stesso modo, dormi nello stesso modo, pesi più o meno nello stesso modo. Il troppo gaming scatta come una trappola solo nel terzo gruppo. E qui i dati prendono una piega diversa. L'indice di massa corporea, poi possiamo ragionarci sulla sua attendibilità, però, questo è uno degli indici considerati dai ricercatori: è schizzato a una media di 26.3, che indica sovrappeso contro i 22.2 dei giocatori occasionali. Quindi non è alla fine un dato poco rilevante, e comunque la differenza, alla fine non è il gioco. Il professore si chiama Mario Siervo, questo non è troppo inglese, secondo me, però ha guidato lo studio e io riconosco diciamo gli autoctoni. Usa un termine tecnico che mi piace molto, e in inglese non è immediato da tradurre. I romani, però, direbbero: io non sono romano, ma mi piace questo termine, i romani direbbero che spigne questa cosa. Che cosa significa che spigne? Il troppo gaming è una pratica che fa crowd, cioè non è tossico perché la joypad emette delle radiazioni malefiche, è tossico perché sgometa letteralmente spigne come dicono i romani, cioè spinge via le altre cose. Ruba tempo prezioso. Ogni ora passata oltre la decima, è un'ora rubata qualcos'altro. E di solito le vittime, tu lo sai, sono tre: o il sonno decente o il cibo vero o il movimento. Quindi, chi scivola nel troppo gaming sostituisce i pasti con degli snack veloci, a chi non è capitato giocando, insomma, di dimenticare a volte come si mangia, si salta alla palestra, si erodono le ore di riposo notturno, è un effetto domino: più giochi, peggio mangi, meno dormi, più sei stressato. Quindi, giochi per rilassarti e ripeti all'infinito.

SPEAKER_04

Certo, c'è da dire che questo è un po' sempre stato il gioco, cioè il gioco è una modalità anche simbolica di sostituzione della realtà. Quello che succedeva per una volta è che con giochi basati essenzialmente su fantasia o regole e fantasia, a un certo punto, per una questione di spostamento degli interessi o di crescita o di maturazione, ti veniva di spostarti più o anche di necessità, ti veniva di spostarti più sulla realtà che sulla finzione della realtà. Ma siccome adesso i giochi sono veramente pienamente e clamorosamente, squisitamente immersivi, è come se ti mettessero in una controrealtà all'interno di questa controrrealtà si possono sviluppare abilità e skills specifiche. E quindi molto spesso capita che le persone rilevino di avere quasi più abilità, più skills, più conoscenze, più possibilità in quella sorta di controrrealtà che nella realtà reale. E quindi a questo punto è come se si sigillassero all'interno di quella bolla per non sfidarsi all'interno del panorama reale. E lì scatta un po' la problematica.

SPEAKER_02

Drammatico da dire, ma alcuni giochi ti conferiscono un ruolo sociale che nella vita reale non hai. E quindi ci sono persone che in questo studio hanno tenuto un diario alimentare e hanno mostrato di cambiare abitudini, di assumere una vera e propria dieta da gamer diversa da quella di chi non gioca intensamente. Non si siede a mangiare un'insalata a un gamer mentre sta giocando, può mangiare solo cose che può infilare in bocca con una mano sola, possibilmente che non colino per non sporcarlo mentre gioca e che diano una botta di energia immediata, un picco glicemico. Tu hai un'idea? L'identikit è molto semplice: insomma, sono cibi che ti permettono di ingerire più calorie in meno tempo possibile. Su scala settimanale, questo comportamento crea un divario metabolico che i ricercatori hanno misurato con una mano sola, perché l'altra la tenevano in testa a animare la tragedia.

SPEAKER_04

O a mangiarsi un pallino a loro volta, Gluca Ricci.

SPEAKER_02

Ragazzi, se sapete che il vostro. Stavo facendo una chiosa finale perché io poi c'è Gianluca Riccio per il sociale, non dimenticate. Ragazzi, ragazzi miei, se il vostro timer settimanale segna 15 o 20 ore, siete nella zona rossa. Fate come Alessandro. Se avete comprato una console che usate poco, cedetela al sottoscritto. Alessandro, è il paradiso di ebay, praticamente. Ibei ci vanno uno come lui.

SPEAKER_04

Esatto, esatto, perché le persone prendono ottimo prezzo delle cose completamente nuove. E poi magari si lamentano anche. C'era la confezione con l'ancolino un pochino distrutto, ma comunque. Grazie, Gianluca. Alla prossima!

Belle notizie

SPEAKER_01

Grazie a te.

SPEAKER_05

Belle notizie.

SPEAKER_04

La prima notizia di questa puntata riguarda un mondo di cure più definitive, perché l'epatite B cronica colpisce centinaia di milioni di persone. Oggi spesso significa terapia antivirale di lunga durata, più controllo che guarigione. Ebbene, alcuni istituti di ricerca hanno comunicato che c'è un farmaco sperimentale che si chiama Bepiro Viersen che ha raggiunto l'obiettivo principale in due studi chiave, avvicinando l'idea di una specie di functional cure. Anche senza tutti i numeri del comunicato, il segnale è importante perché muoversi verso trattamenti che permettano al sistema immunitario di controllare il virus senza terapia continua potrebbe ridurre complicanze, stigma e costi nel tempo e migliorare la qualità della vita di milioni di persone. Seconda notizia: tecnologia energetica questa volta. È stato confermato un upgrade della linea di batterie agli ioni di sodio. CATL, è l'azienda, e l'intenzione di scalarla nel 2026. Perché ci interessa? Perché il sodio è più abbondante e può ridurre la pressione su alcune file. Del litio, soprattutto per lo storage stazionario, cioè dove viene conservato, e per usi dove la densità energetica estrema non è indispensabile. In altre parole, più opzioni, meno difficoltà e più stabilità dei prezzi nel lungo periodo. Terza notizia, in Spagna, nella zona dei cosiddetti Barian Highlands, sono stati rilasciati nove bisonti europei per la prima volta in quell'area in un progetto di rewilding e ricerca. Bisogna dire che il bisonte è un grande giardiniere perché crea radure, muove semi, apre mosaici di habitat e aiuta molte altre specie, ma c'è anche un effetto umano perché porta attenzione, turismo naturale e opportunità economiche per comunità spesso marginali.

SPEAKER_02

Era Relief il podcast.

SPEAKER_04

Relief è il primo servizio di sollievo psicologico rapido per le emergenze emotive di tutti i giorni.

SPEAKER_02

Seguici su www.rileffpsicologico.it.