Relief: il podcast.
Relief è il primo servizio di sollievo psicologico rapido dedicato alle emergenze emotive e al benessere quotidiano. Ha sede a Milano e funziona dal vivo in metropolitana (MM5, fermata Isola) e on line su www.reliefpsicologico.it.
Questo podcast racchiude storie di persone, consigli psicologici pratici e tecnici per affrontare meglio la vita di tutti i giorni, letteratura scientifica, consigli di lettura e buone notizie.
Conduce Alessandro Calderoni, psicologo e psicoterapeuta, ideatore del servizio, già voce a RMC e Virgin Radio.
Relief: il podcast.
#6-4 Cosa ti definisce quando cambia tutto? - Ospite: Irene Pivetti
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Ti può crollare addosso un ruolo, una reputazione o perfino una storia giudiziaria, ma la domanda resta semplice e brutale: che cosa ti definisce davvero? Ne parliamo con Irene Pivetti, già Presidente della Camera a 31 anni, partendo dal peso della responsabilità istituzionale e da cosa significa restare imparziali e presenti quando sei giovane, donna e osservata da tutti.
Entriamo poi nel lato più universale: il prezzo emotivo della conciliazione tra lavoro e figli, il senso di colpa che ti segue sia in ufficio sia a casa, e il modo in cui il giudizio pubblico colpisce soprattutto quando trascina dentro le persone che ami. Irene racconta anche la fase più dura legata alle accuse e alla condanna in appello, la scelta di non farsi definire dall’esterno e l’idea che la vera sconfitta sia “morire dentro” mentre la vita è ancora lì. È una conversazione su resilienza, dignità e vulnerabilità, con domande scomode su identità, paura e confini interiori.
Come sempre, trasformiamo i temi in psicologia pratica: tre esercizi rapidi di regolazione emotiva (Emozione Bisogno Azione, Onda Emotiva in 90 Secondi e Rallentatore) per gestire stress, ansia e reazioni impulsive. Poi ci concediamo un cambio di prospettiva con enclothed cognition e dopamine dressing, la scienza del verde e del giardinaggio per il benessere mentale, e una novità dal MIT sulla capsula intelligente per migliorare l’aderenza ai farmaci. Davide Burchiellaro e Gianluca Riccio sempre presenti con i loro rispettivi contributi.
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Sigla E Mappa Della Puntata
SPEAKER_01Relief, il podcast Psicologia pratica e gestione delle emozioni, con i trucchi, le interviste e i racconti di Alessandro Calderoni.
Intervista a Irene Pivetti
SPEAKER_02In collaborazione con gente.it. Ben ritrovati in nuova puntata di Relief, ospite questa volta Irene Pivetti, ex presidente della Camera a soli 31 anni. Una buona occasione per parlare con lei di senso di responsabilità istituzionale, di prezzo emotivo della conciliazione tra lavoro e figli, di gestione del giudizio da parte del pubblico quando è a che fare con un pubblico, e poi soprattutto della fase giudiziaria, della condanna confermata in appello a Milano a 4 anni per evasione fiscale e autoreciclaggio con ricorso in Cassazione annunciata, dove racconterà anche delle sue difficoltà economiche, del lavoro immensa e sociale senza sentirsi definite dalle accuse. Come in ogni puntata, trucchi del mestiere, cioè tre esercizi, che questa volta saranno emozione, bisogno e azione in meno di cinque minuti, onda emotiva in 90 secondi, and una visualizzazione a rallentatore per rispondere invece di reagire. Spazio Millennials con Davide Burchiellaro. Con lui parleremo di Encloth Cognition, di status e di dopamine dressing, parolacce che sentirete spiegate generazionalmente tra pochi minuti con questo approfondimento. Con Gianluca Riccio, futuro prossimo, una capsula pensata dall'EMIT con un chip riassorbibile che segnala l'assunzione di farmaci. E poi le ricerche scientifiche di questa puntata. Parleremo dei benefici arrecati dagli spazi naturali, giardinaggio quotidiano come modalità di autocura e horticultura guidata sulla base di umore o ansia. Infine le tre belle notizie di questa puntata: i dati sulla terapia genica per la distrofia, un reef di Ostric nel Norfolk e il patto di Amsterdam per il 20% di nuove case in legno o comunque materiali biobased. Cominciamo. Il caso. In questa puntata di relief sono ben contento di ritrovare ed ospitare Irene Pivetti. Irene, buonasera e benvenuta.
SPEAKER_00Buonasera, buonasera, grazie di avervi invitato.
SPEAKER_02Allora, ricordiamo naturalmente che Irene Pivetti è stata la più giovane presidente della Camera della storia repubblicana. 31 anni se non sbaglio, ed era il 94. E poi, dopo quell'esperienza, ha proseguito tra comunicazione, televisione, mondo dell'imprenditoria, insomma, diventando e rimanendo una figura pubblica. Sai che noi ci occupiamo di emozioni e quindi partiamo proprio da quel dì quando ti sei ritrovata a 31 anni presidente della Camera, che insomma, diciamo, non è una cosa semplicissima da gestire, anche perché erano gli anni 90, non gli anni 2020, e quindi eri non solo giovanissima, ma anche donna in un ruolo istituzionale. Ecco lì che cos'è arrivato prima: entusiasmo, paura, senso di responsabilità, solitudine?
SPEAKER_00Guarda, allora, entusiasmo no e paura certamente no. Il senso della responsabilità 100%. A parte il fatto che poi erano anche momenti particolarissimi in quegli anni. L'Italia ha cambiato completamente tutta la sua classe politica. Venivamo dai due anni di Tangentopoli e si aveva l'idea che si stava per ricostruire un paese rinnovato, eccetera, eccetera. Poi la realtà si impone sempre, quindi uno si impone con i suoi limiti. Quindi quella famosa rivoluzione liberale si è fatta fino a un certo punto. Tuttavia, la percezione era quella di esserci al centro della storia nel momento in cui le cose stavano accadendo, con un grande senso di responsabilità perché lo Stato, che tu sia giovane, vecchio, donna, uomo, bruco, non ha importanza, c'è bisogno di quel ruolo, e quel ruolo deve essere fatto in un unico modo: cioè in un'assoluta imparzialità, consentendo a tutti, anche quelli che non la pensano come te, prima di tutto, quelli che non la pensano come te, di potersi esprimere in nome del popolo italiano, e quindi bisogna farlo: 100% senso di responsabilità.
SPEAKER_02Passata tra istituzioni tv, radio, comunicazione in generale, ecco, che prezzo emotivo si paga nel cambiare identità pubblica più volte?
SPEAKER_00Quello irrilevante rispetto al vero prezzo emotivo di una vita come la mia, per la quale ringrazio il Signore, lo ringrazio sempre perché nel bene e anche nel male, perché si pagano dei prezzi molto elevati. Però diciamo, sono stata e tuttora mi sento molto viva, quindi va bene. Quello non lo considero un prezzo. Il prezzo emotivo, invece, per me è stato, e credo che per la maggior parte delle donne lo sia, quello che tu paghi nel dividerti fra una vita professionalmente molto intensa e la famiglia, in particolare i figli, quello è quello che io considero un prezzo emotivo perché sei sempre in debito. Lì quando lavori ti senti in colpa perché non sei a casa, quando sei a casa ti senti in colpa perché non lavori, il che raggiunge dei picchi di grande lacerazione, ecco, nel quale vivi per tanti anni finché i tuoi figli non sono cresciuti, e a quel punto il problema è che ti senti in colpa per non essere stato vicino. Quello se dovessi mettere l'etichetta prezzo emotivo. Questo il resto non è un prezzo, il resto è vivere.
SPEAKER_02Quando senti giudizio o magari proprio ostilità da parte del pubblico o dei media o degli avversari, ecco, qual è la tua strategia di difesa interna per non farti definire dall'esterno?
SPEAKER_00Non mi ha mai, devo dire, forse sono nata fortunata, non mi ha mai fatto soffrire. Mi ha sempre fatto molto soffrire quando questa cosa è andata a toccare persone a me vicine, che fossero la mia famiglia d'origine, per esempio, i miei genitori, piuttosto che mio marito ai tempi o i miei figli, quando vedevo che questo giudizio l'ambiva direttamente o indirettamente anche loro. Sì, perché quello è una zona dove non hai difese, ti senti orrendo perché tu sei la causa ancora involontaria del loro dispiacere e della loro sofferenza. Per il resto, non so, mia mamma ha sempre detto che avevo un cattivo carattere, forse è vero, questo mi ha molto aiutato. Sono sempre stata dalla categoria: se vuoi è così, se no è così lo stesso. Quindi, no, questa cosa non mi tocca.
SPEAKER_02Negli ultimi anni, la cronaca ha raccontato una fase complessa anche sul piano giudiziario per la tua vita. Ricordiamo che a dicembre dell'anno scorso nel 2025, la Corte d'Appello di Milano ha confermato una condanna a quattro anni di reclusione per evasione fiscale autoriciclaggio, tu hai sempre ribadito la tua innocenza e hai promesso ricorso in Cassazione. Inoltre, se non ricordo male, quando eravamo ancora in pandemia, o verso la fine della pandemia, mi è capitato di leggere interviste dove raccontavi anche di vivere in un pensionato dormitorio accanto alla mensa sociale in cui lavoravi. Ecco, in tutto questo periodo l'emozione più dura da reggere, qual è stata? La rabbia, la vergogna, la paura.
SPEAKER_00Vergogna no, perché uno si deve vergognare delle cose che fa, non di quelle che non fa. Ma il dispiacere tanto, soprattutto quando questa cosa è esplosa, come per qualsiasi innocente, è una bomba atomica che ti esplode nella vita. All'inizio la reazione vabbè, ci deve essere un sbaglio, ho sbagliato nome perché è un po' simile. Poi capisci che non c'è uno sbaglio, allora cominci a non capire quasi più niente, quello lì mi ha veramente molto. Quello sì mi ha colpito, è ben diverso dalle critiche. Un conto è avere nemici, critiche, ostilità, eccetera. Un altro è quando lo Stato che tu hai sempre servito e che continui a onorare e a servire anche da privato cittadino, che continua ad essere lo Stato, per me, è uno dei valori fondamentali della vita, ovviamente dopo la mia famiglia, dopo la fede, ti accusa di essere appunto un evasore fiscale piuttosto che addirittura uno speculatore sulla pandemia. Questa è una calunnia dolorosissima. Ma come ti amo, ti servo, ti rispetto e tu mi accusi di questo, e le persone cosa penseranno? Questo è stato molto duro da superare, ci sono stati alcuni mesi durissimi, psicologicamente durissimi, perché non riuscivo a capacitarmi. Poi il grande salto è stato a parte che la fede fa i miracoli, e a me ha fatto questo miracolo, il Signore, assolutamente di riempirti di vita anche quando sembra che la vita ti sfugga dalle mani, perché sembra non avere più un significato. Ma il grande scatto sul piano laico è stato: io non morirò così, io so che morirò con questi processi in corso. Figuriamoci, dureranno una vita e non sono una ragazza, quindi dureranno e se anche finiranno prima finiranno malamente perché è un'operazione precostituita volta a far prevalere la menzogna. Ma io non morirò così, io comunque durante tutto questo percorso vivrò come sto vivendo e vivrò felice e farò delle cose belle e farò spero anche delle cose buone. Questo non mi definisce, questo non mi definisce affatto, è una menzogna e il fatto che la ripetano in tanti, non la trasforma in verità. Io sono molto serena in questo, e anche nei momenti in cui ci sono degli step giudiziari ulteriori, va bene, Signore. Tanto la mia vita è tua, tu sai quello che fai, io sono molto tranquilla. Come dice Salmo, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, non mi preoccupo affatto di queste cose che sono molto al di sopra della mia testa. La verità è una, io non ho fatto niente di tutto quello di cui sono accusata. Se poi le forme e apparenze sono diverse, il Signore saprà quando sarà il momento di far uscire la verità.
SPEAKER_02E se ti dovrai confrontare con una condanna in giudicato?
SPEAKER_00Vedremo, farò quello che la legge prevede. Ma ripeto, il problema è non morire dentro quando non sei morto dentro, tutto il resto è superficiale.
SPEAKER_02Chi è stato vicino e chi ti ha lasciato da sola in questi anni?
SPEAKER_00Sono stati vicini alle persone che mi hanno voluto e mi vogliono bene. Sicuramente appunto la mia famiglia, sia la famiglia d'origine, i miei genitori, sia i miei figli, qualche amico. Veramente qualche persona che non mi era amica, che non mi conosceva quasi per niente, che invece ha capito e che mi ha manifestato grande affetto, cosa che continua ad accadere. Chi mi ha lasciato un accanimento giudiziario di questo tipo che io non voglio definire errore perché non è un errore, perché sanno benissimo che stanno mentendo, questi magistrati intendo, fa paura. La macchina della mala giustizia fa paura. E io non posso pretendere che i miei amici e i conoscenti siano anche eroi da mettere la testa nel treta carne per amor mio. Io voglio bene lo stesso, lì capisco, i nemici non sono gli amici che hanno paura di una cosa che fa paura. I nemici sono le persone che ti vogliono morto, però non li considero neanche nemici, li considero persone che stanno sbagliando l'impostazione della loro vita, veramente perché poi sai la verità, viene comunque fuori, con la verità dobbiamo fare i conti. Tutti. Un giorno, qualcuno di questi si renderà conto di Madonna, che cosa ha fatto? E va bene, ci sarà una spugna per cancellare anche quella.
SPEAKER_02Senti, chiedere aiuto quando si è stati così tanto in alto, a volte è un terremoto identitario. Cosa ti ha insegnato questa fase sul rapporto tra dignità e vulnerabilità?
SPEAKER_00Guarda, è una bellissima definizione del terremoto identitario, sai, io ho chiesto aiuto e qualcuno anche mi ha detto: no, il terremoto identitario, come tu lo definisci, è sicuramente stato il sovvertire completamente la percezione di me e vedere che appunto uno dei grandi amori della mia vita, cioè lo Stato, mi stava accusando di cose orrende falsamente. Poi, certo, non è comodo, però poi alla fine lo fai per te, lo fai per la tua famiglia soprattutto, non avevamo i mezzi di sussistenza, proprio non avevamo i mezzi di sussistenza. Non è piacevole prendere le cose di casa, infilarle in una valigia e cercare di vendere aurigatere. Non è piacevole, però non stavo facendo niente di male, non stavo commettendo un atto brutto nei confronti di qualcuno, davvero capisci che il vero discrimine è di non fare cose cattive? Ho violato la mia dignità. No, quindi di cosa mi devo preoccupare.
SPEAKER_02Un'ultima domanda: ma se potessi tornare oggi a quella irene del 94 appena eletta o appena prima, che cosa le suggeriresti?
SPEAKER_00Le suggerirei, non lo so cosa le suggerirei, perché forse non l'avrei ascoltato: capito? Se io fossi quella irene lì con una me molto più vecchia che mi viene a dire certe cose. Tuttavia, sicuramente coraggio, la strada lunga sarà anche molto variegata. Quindi, come non ti perdi denimo adesso, non ti perdere d'animo manco dopo. Certo, quell'esperienza, vissuta con una maturità diversa, mi porterebbe senz'altro meno tensioni, non sono alcuni aspetti di rigore erano assolutamente esteriore, nei miei modi, eccetera, erano indispensabili perché presidente o non presidente era comunque una donna di 30 anni, e tanto per fare un esempio proprio banale che chiunque può capire era molto importante che fosse chiaro che non c'era margine per nessuna sporcatura dello stile e doveva rimanere rigoroso e istituzionale, sempre che non si permettesse in sostanza corte o paternalismi, che sono due cose odiose quando non sono richieste. E purtroppo succede: ricordo uno per tutti in un episodio: una persona che voleva essere gentile, ci convoca una conferenza di capigruppo, che è una routine per il Presidente della Camera, e questa persona mi fa i complimenti: presidente, come è elegante quest'oggi. Io l'ho gelato, l'ho guardato con grande freddezza, ho detto: Lei avrebbe mai fatto questo complimento al mio predecessore, il quale era, peraltro, napolitano, un uomo notoriamente molto elegante, e quindi complimentato per questa sua eleganza. E avrebbe mai fatto questo complimento al mio predecessore. Giustamente, lui si è sentito un verme, e così doveva sentirsi, perché non ti devi permettere di approfittare del fatto che una persona è donna e giovane per uscire dal suo ruolo istituzionale. Questo era necessario. Oggi ho 63 anni, ragazzi! La natura mi salva, quindi il problema si pone molto meno.
SPEAKER_02Irene Pivetti, in bocca al lupo, e grazie per essere stata con noi.
SPEAKER_00Trepi in lupo, e grazie a voi. È stato un piacere.
Millennials
SPEAKER_02Trucchi del mestiere. Nella puntata di oggi gli esercizi li dedichiamo alla regolazione delle emozioni senza però voler spegnere le emozioni. Perché per usare le emozioni in modo corretto, dobbiamo considerarle come messaggi senza farci guidare dall'impulso. Insomma, si tratta di sentire, essere consapevoli di quello che sentiamo, ma non per forza dare corda a quello che ci suggeriscono le emozioni che stiamo sentendo. E quindi, come sempre, ecco tre esercizi: uno che ci servirà per collegare emozione, bisogno e azione, uno per attraversare sopravvivendo l'onda emotiva, e invece una visualizzazione per rallentare e rispondere invece di reagire. Il primo esercizio è proprio quello che possiamo definire emozione, bisogno, azione. Scegli un'emozione di oggi che ti sta dando fastidio magari o che hai provato da questa mattina ad adesso che stai ascoltando il podcast. Può essere ansia, rabbia, tristezza, vergogna, frustrazione. Ecco, scegline una e dai un numero da 0 a 100 per contrassegnare l'intensità che hai avuto quest'oggi in quell'emozione, considerando zero nessuna emozione e 100 invece il massimo di quell'emozione che tu abbia provato in vita tua. Adesso, sempre con carta e penna oppure su un supporto digitale, fai tre righe, ok? Magari anche solo mentalmente se non hai tempo. Ma secondo me se scrivi è meglio. La prima riga è proprio: Sto provando. e ci metti il nome dell'emozione e l'intensità che hai scelto da 0 a 100. La seconda riga è: questa emozione mi sta segnalando un bisogno di che? A cosa ti serve questa emozione? Cosa ti segnala? Di che bisogno trattiamo? Sicurezza? Rispetto, riposo, rispecchiamento, connessione, giustizia? Chiarezza? Qual è il bisogno inesaudito che quell'emozione ti sta commentando o messaggiando di tutelare? Terza riga, una azione utile che mi impiega meno di 5 minuti è e scrivi proprio un'azione che di fatto non ti dia una soluzione totale, naturalmente, ma che vada nella linea, nella direzione del bisogno che di fatto quell'emozione ti ha rivelato. Quindi hai notato qual è l'emozione che ti disturba? Le hai dato un nome a un'intensità? Ti sei chiesto quale bisogno inesaudito ti viene segnalato da quel disturbo? E hai pensato a una azione che vada nella direzione dell'esaudire quel bisogno, per cui puoi ringraziare la tua emozione per avertelo segnalato. E poi una domanda finale, no? Cioè, qual è l'azione meno drammatica che risponde a quel bisogno? A volte è una cosa semplice: chiedere, riposare, muoversi, dire no, organizzare, condividere, chiarire, ordinare, ordinare nel senso di fare ordine in qualcosa, secondo esercizio, lo chiamiamo l'onda emotiva in 90 secondi. Sembra il titolo di un film di quelli tipo Lo Squalo 27. Quando senti che un'emozione disturbante sta salendo, invece di combatterla, prova a farle spazio. Quante volte te l'ho detto in questo podcast, quante volte anche lo diciamo ai pazienti in terapia, fai spazio all'emozione invece di contrastarla, dici facile, parli facile tu perché non la provi? Ma come la provo? Tutti le proviamo. E quindi succede che quando provi un'emozione forte, invece di fare di tutto per non provarla, la devi mettere comoda. Se questa spinge scalpita perché vuole stare all'interno del tuo divano e c'è un posto solo, sostanzialmente ti devi fare un po' da parte fare un po' di spazio così ti dà meno fastidio. Questo è un po' il concetto. Allora, trova nel corpo il punto in cui senti maggiormente quell'emozione: nella gola, nel petto, nello stomaco, sul viso e per un minuto e mezzo, 90 secondi, vorrei che tu facessi tre cose. La prima è respira. Certo, lo fai anche normalmente fuori da quei tre minuti, da quel minuto e mezzo, ma fallo consapevolmente: respira lentamente e accorgiti che stai respirando. La seconda cosa è nomina l'emozione, proprio dalle un nome, la devi definire: sto sentendo ansia, sto sentendo rabbia, sto sentendo tristezza, perché di fatto mentre tu nomini una cosa, la riconosci e nel riconoscerla, terzo elemento, permette a questa cosa di esserci: cioè la validi, le dici: questo è il tuo spazio. Posso fare spazio a quest'onda senza farmi portare via. Quindi mi fermo, respiro, porto l'attenzione sul respiro, riconosco l'emozione che sento, la nomino, sto sentendo questa emozione, e le faccio un po' di spazio. Fare spazio significa, per l'appunto, consapevolizzare la presenza di una cosa che poi vada bene, c'è già, non è che la crei perché la riconosci o le fai spazio, lei c'è. E poi puoi chiederti: con l'onda che c'è in questo momento, qual è un piccolo gesto che posso fare che mi avvicina a quello che conta davvero per me? Traduco: anche se sono in ansia, anche se sono triste, anche se sono arrabbiato in questo momento, qual è un piccolissimo gesto che mi possa portare comunque nella direzione di ciò che mi piace, di ciò che è importante per me. Scelgo il più piccolo gesto e lo faccio. Ed eccoci al terzo esercizio, il terzo trucco del mestiere di questa puntata che si chiama il rallentatore. Allora, vorrei che tu scegliessi una scena recente in cui hai reagito di impulso o al contrario hai trattenuto troppo. Sai quando ti tieni. Ti tieni, ti tieni, ti tieni, ti tieni, ti tieni. Che poi ti viene l'ulcera, no, immagina di avere un telecomando: telecomando di un vecchio videoregistratore o di un DVD, o semplicemente un telecomando che abbia sugli stessi tasti che hai sui video quando li guardi. Un tasto pausa, un tasto rallenta e un tasto per fare zoom per avvicinare. Ora arriva fino al momento critico di questa scena, il momento critico è quello in cui senti l'emozione più forte, e metti in pausa, ok? Qual è il pensiero che attraversa la tua mente mentre guardi il momento più critico di quella scena? E dove senti la tensione nel corpo? Dove la senti? Ora guarda quella scena togliendo la pausa, ma rallentala al 30% della sua velocità: cioè guarda tutto più lentamente. E questo ti permette di chiederti: che bisogno c'è là sotto, sotto questo momento critico, quale bisogno importante per me esiste? Cosa sta succedendo davvero in questa scena, al di là di quello che si vede rapidamente, ma sotto cosa sta succedendo davvero? E poi il terzo tasto fai zoom su una risposta utile. Una sola frase, potrebbe essere mi serve un minuto, potrebbe essere ne parlo dopo, potrebbe essere questo per me è importante. E adesso, quando hai scelto quella frase lì, quella piccola che hai riscritto, rivedi tutta la scena a velocità normale, con quella frase: non devi essere perfetta, devi semplicemente rallentare un po'. Devi, o meglio, puoi utilmente togliere velocità al tuo impulso. Perché se prendi quella scena, la rallenti, riconosci qual è il vero bisogno che c'è sotto, e scegli una risposta utile, cioè un comportamento diverso da quello impulsivo, rappresentato da quella piccola frase, allora hai già vinto. Ricordati che le emozioni non sono comandi, sono segnali. Quindi, quando ti dicono qualcosa, non te lo stanno ordinando, te lo stanno suggerendo se vuoi. Ma tu puoi sempre scegliere che cosa fare. Puoi ripetere il secondo e il terzo esercizio di questa puntata per tutta la settimana, e puoi ricordarti che anche uno o due minuti di questi esercizi possono cambiare la faccia della tua giornata, millennia. Questo è lo spazio in cui si parla di generazioni e lo facciamo come sempre con Davide Borchiellaro, responsabile di gente.it ben ritrovato, Davide.
SPEAKER_03Buongiorno a tutti, ben trovati.
SPEAKER_02Allora, una volta si diceva che l'abito non fa il monaco, noi tutti sappiamo che ci si crede un po' a metà. Oggi potremmo proprio dire che invece il monaco sceglie con oculatezza il proprio abito per dichiarare di essere monaco, giusto?
SPEAKER_03Esattamente. Siamo in una società dove appunto l'identità si compone anche di fattori estetici, e quindi affrontiamo una cosa che è stata, tra virgolette, scoperta, perché in questo caso poi parlare di scoperta un po' di tempo fa in realtà, ma è sempre più conformata. Una tendenza che si chiama enclosed cognition, che significa un po' come definire la consapevolezza vestita. Che cos'è? Parte tutto da uno studio, una decina d'anni fa, che con un celebre esperimento che dimostrò che se tu ti metti un camice bianco da medico, definito così, anche se non esplicitato, la gente si identificava come medico, anche se non lo era, e questo in qualche maniera e gli altri ti trattavano come medico oltretutto. Esattamente, bravo. Quindi, un po' questo fa sì che ci si debba concentrare un po' sul significato simbolico che noi attribuiamo all'abito. Quindi, diciamo che negli ultimi decenni, diciamo, il primo decennio del nuovo millennio è stato un po' quello dell'apparenza, se vogliamo, quindi fino al 2015, era ancora una cosa legata ai codici di status, per cui il successo era comunicato attraverso un logo, dopodiché, è arrivata un po' il momento del caso al Friday, e del comfort, che diventa l'elemento più importante, e quindi lì ci sono stati i modelli, secondo te, naturalmente con valle con le magliette beige o nere, i literali, e quindi l'abito del potere è diventato un abito atletico, se vogliamo. Acrilico, anche, sono diventate tutte esistenze acriliche che si aggirano per gli uffici.
SPEAKER_02Tant'è che scusa l'inciso su questo, tant'è che negli ultimi dieci anni, tutte le case di moda, anche quelle che producevano abbigliamento elegante, hanno fatto questa furbata: cioè, hanno tolto i tessuti pregiati, li hanno sostituiti con tessuti sintetici e li vendono a un prezzo devastante dicendo che hanno delle caratteristiche micidiali che sono le stesse, per le quali prima non li prendevi e prendevi quei tessuti naturali.
SPEAKER_03Esatto, e che il capitalismo predatorio e manipolatorio è fantastico. Quindi, sicuramente, noi abbiamo questo che definisci tu, è detto at leisure: quindi abbigliamento atletico di piacere in teoria, però poi non è solo di piacere. Però, insomma, nella sostanza l'intelligenza e l'efficacia passa il messaggio che non è più dipendente da una cravatta, no, poi c'è l'era post-pandemica dove è arrivata una cosa che a te piacerà moltissimo come nome, perché ti conosco: sarà tipo il dopamine dressing: il dopamine, mi sento già tutto vestito così, dopamine dressing è quello che è accaduto dopo che il lockdown ha rotto il legame tra abito e sguardo degli altri. Abbiamo iniziato a vestirci principalmente per noi stessi. Quindi, dopamine dressing, cos'è? L'uso di colori tessuti per influenzare un po' direttamente il proprio umore e anche combattere un po' l'anti sociale, insomma, in qualche modo. Naturalmente anche qui quali sono state le cause social media, naturalmente, poi un po' il superamento della rigidità di genere, no? Quindi anche questo ha portato in qualche modo a toccanare degli schemi predefiniti di come si deve vestire un maschio e una femmina, ha portato a una liberazione. E poi, come dici tu prima, naturalmente le aziende, l'Atlasure è la fusione tra l'ambigamento sportivo e quotidiano ha distaccato l'idea che la performance mentale sia legata al benessere fisico. Quindi io mi sento agile nei movimenti, mi sento dinamico nelle decisioni, quindi una sorta di metaforizzazione dell'ufficio, se vogliamo. Quindi siamo alla fine, la sventita è definitiva. L'abito fa il monaco, quindi la scienza ha in qualche modo archiviato il vecchio dato e l'abito fa il monaco. Ovviamente non vale più, perché negli ultimi anni appunto quello che si è capito e che indossi un abito che associ al successo, il tuo livello di cortisolo aumenta quello del testosterone per formare effettivamente meglio. La percezione cognitiva che hai è dimostrato che in qualche modo indossare abiti formali favorisce un po' un pensiero non creativo, se vogliamo, e l'interazione sociale ne ha guadagnato, secondo sempre alcuni studi, perché in qualche maniera si annulla quella tendenza che c'era prima di impiegare pochissimi secondi per emettere un giudizio sociale basato sull'aspetto. Quindi a questo punto l'abito non è più un inganno, perché non mancano veramente un secondo, due secondi e capisci già che hai davanti. È una sorta di diventa può diventare un facilitatore di relazioni.
SPEAKER_02In tutto questo mi manca una nozione fondamentale che è: ma il libero arbitrio esiste o è un'illusione? Cioè noi ci vestiamo come davvero pensiamo di volerci vestire o come il mercato ci fa credere che noi vogliamo essere vestiti.
SPEAKER_03E questo è il tema fondamentale con il quale vi lascio, perché indubbiamente l'illusione è qualcosa con cui noi abbiamo a che fare ormai ogni minuto, e anche la stessa apparenza. Quindi la società della presenza, che in qualche modo ci illodiamo di avere abbandonato, inevitabilmente un po' ci condiziona. Però prendiamo per buono anche questo concetto, appunto dopaminico, per cui in realtà proviamo piacere nel vestirci un po' come cacchio ci pare.
SPEAKER_02Davide Burchellaro, responsabile di Gente.it. Al prossima!
SPEAKER_03Alla prossima.
Capsula Intelligente Per Aderenza Farmaci
SPEAKER_02La letteratura scientifica. Quando siamo stressati, cerchiamo spesso soluzioni complicate. Ma una parte della scienza più recente ci sta dicendo prova a partire dalle cose più semplici: uscire, vedere verde, mettere le mani su qualcosa di vivo. Ecco, uno studio suggerisce che le visite a spazi naturali, un parco, un fiume, un pezzo di verde, insomma, un contatto con la natura, sono associate a umore migliori nei giorni in cui avvengono. La cosa interessante è che questo effetto appare anche tra persone con condizioni come ansia o depressione, non come cura, naturalmente, ma come spinta gentile verso una giornata un po' più respirabile. Un'altra ricerca collega l'abitudine del giardinaggio quotidiano a minori probabilità di cattiva salute e a minore ansia, soprattutto in contesti urbani e durante l'invecchiamento. Qui non si tratta naturalmente solo di estetica, è un movimento leggero, è un'attenzione al presente, è senso di efficacia, faccio qualcosa che mi serve e che cresce. È un micro ritmo che ti può dare struttura. Una meta-analisi su alcuni programmi di horticultura strutturata, guidati da professionisti, trova riduzioni dei sintomi di depressione e di ansia. Questo è importante perché sposta il discorso: non è vai a farti una passeggiata e ti passa tutto, ma piuttosto possiamo progettare interventi concreti, ripetibili e accessibili basati proprio sul contatto con la natura. Futuro prossimo. Eccoci di nuovo con Gianluca Riccio, grazie, ciao Gianluca, benvenuto, ben ritrovato. Ciao Alessandro, ciao a tutti. Oh c'è un dannoso problema per chiunque faccia una professione sanitaria. Per noi psicoterapeuti, quando assegniamo degli esercizi al paziente, paziente seduta, preparato, ma a volte, come dire, si fa la psicoeducazione, a volte si fanno gli approfondimenti, a volte la detraumatizzazione, si usano le psicotecniche, però poi le psicoterapie scientifiche hanno anche l'assegnazione di homeworks, cioè i compiti a casa. Qual è secondo te ti interrogo subito il problema dei compiti a casa per i pazienti?
SPEAKER_01Che non li fanno, scusate la brutalità, è l'uomo comune, cosa risponderete?
SPEAKER_02Esatto, è esattamente questo, che poi e cosa ti dice scusa, vado con un'interrogazione advanced, e che cosa ti dice il paziente che consapevolmente non ha fatto una cipa di esercizio la volta dopo, quando tu gli dici ha fatto gli esercizi, qual è la scusa che adducono maggiormente?
SPEAKER_01E beh, che ne so, mio padre è rimasto chiuso nell'autolavaggia, ha morto mio nonno, ma in generale l'ha più gettata e ho dimenticato, non ho tempo.
SPEAKER_02Non ho tempo, perfetto. E ovviamente quanto tempo invece dobbiamo impiegare noi per spiegare ai pazienti che se lo fanno, i compiti a casa, gli esercizi, gli allenamenti, la loro psicoterapia diventerà ai noi ben più lunga, difficoltosa e perigliosa. Ecco, per i medici è molto simile. Io sono in ambito psicologico psichiatrico e quindi anche lo psichiatra che dice sempre la stessa cosa per provare a far prendere farmacia al paziente, cioè guarda, glielo do in dose pediatrica e gli amolla poi il pastiglione o la solucioncina e il paziente è sempre lì un po' farmacofobico. E che cosa vorremmo tutti dire al paziente? Vorremmo dirgli, caro lei, se ha voglia di curarsi ci dia una mano, altrimenti noi non ce la facciamo e non riuscirà a curarsi. Ma adesso c'è una grande novità in relazione proprio alla possibilità di monitorare l'assunzione di farmaci, specie, quindi solamente in ambito medico e purtroppo ancora non in ambito psicologico. Raccontaci tutto.
SPEAKER_01Si tratta di un rimedio sviluppato dall'MIT, dal famoso Istituto Americano di Tecnologia, che ha creato una capsula intelligente che fa un lavoro abbastanza semplice. Anzi, due. Il primo è rilasciare farmaci nell'organismo di chi assume questa capsula intelligente. E il secondo è tradire il paziente con il medico. Quindi non fare più la parte del paziente, quella che dicevi tu, ma fare quella del medico: cioè prima di dissolversi nel corpo, perché è una capsula che si dissolve da sola entro una settimana, avvisa il medico che è tutto a posto. Finalmente il paziente ha fatto i compiti a casa perché ha assunto questo farmaco. Come funziona questo sistema? Come funziona questa capsula? Con un chip RFID, quindi un chip a radiofrequenza bioriassorbibile, grande appena 400 micrometri, quindi piccolissimo, una piccola antenna di zinco. Sapete bene, lo zinco viene utilizzato anche in degli integratori o in dei farmaci, anche nelle barbe, ma comunque vabbè. Non volevo dire, però ti ringrazio anche perché per completezza è importante dire anche questo. Questo è sempre in caso che non si vogliono seguire le terapie, ovviamente. Comunque, quando la capsula si dissolve nello stomaco, trasmette un segnale radio fino a 60 cm di distanza. Ora non c'è il medico a 60 cm costantemente, non si può, ma c'è un dispositivo indossabile che riceve la trasmissione e poi a sua volta la ritrasmette. È un problema che, a parte gli scherzi, diventa importantissimo perché l'OMS stima da anni che quasi la metà di tutti i pazienti del mondo non assume i farmaci come vengono prescritti, soprattutto nelle terapie croniche, quindi quelle che richiederebbero un'assunzione costante di farmaci. Le ragioni sono tantissime. Ovviamente alcuni possono non permettersi tutte le volte di acquistare il farmaco, ma c'è un'altra ragione molto più banale: quella della dimenticanza: semplicemente dimenticare di prendere una pillola. Però, se la ragione, diciamo, è semplice, la dimenticanza, le conseguenze sono pesanti. Perché una meta-analisi di studi internazionali ha stimato che la non aderenza a una terapia, non rispettare i farmaci a causa di quasi il 5% di tutti i ricoveri ospedalieri, con punti anche del 10% a seconda del paese di provenienza. Capsule che potrebbero risolvere tutto questo non erano mai esistite fino ad ora. Adesso c'è questa possibilità. Quindi una capsula rilascia sia il farmaco che il segnale. Se il dottore sa che il farmaco è stato assunto, non ha bisogno di fare tutti gli spiegori di cui parlavi tu. Se invece questo segnale non arriva, ecco, potrebbe doversi confrontare anche con la reticenza del paziente.
SPEAKER_02Sarebbe interessante anche una capsula evoluta che, tutto sommato, se non viene presa, induce una problematica maggiore e quindi ti costringe a prenderla. Sarebbe un versante leggermente sadico, ma secondo me è un po' più convincente della semplice prescrizione.
SPEAKER_01Comunque ci pensiamo a ci penseremo sicuramente. Tu sei sempre più avanti di me alla fine. Io tutto dommato sono futuro prossimo. Nel tuo futuro remoto, una capsula che viene a prenderti a schiaffi se non la assumi potrebbe essere interessante.
SPEAKER_02O lo slogan, tu che sei un pubblicitario, senti, ma che ne dici? Potrebbe essere dallo zinco allo zinco. Una sorta di doppio frame con la capsula da un lato e la bara dall'altro.
SPEAKER_01È bellissimo, è anche un inno all'economia circolare se ci pensi, perché se Cenere sei, ce ne ritornerai, da zinco a zinco.
Belle notizie
SPEAKER_02Grazie, Gianluca. Grazie Gianluca Zinco. Grazie a tutti. Ciao ciao a tutti, belle notizie. La prima di questa puntata nella distrofia muscolare di Duchenne ogni anno conta. Così l'azienda Saretta ha riportato dati a tre anni per una terapia genica indicando un rallentamento della progressione e una migliore tenuta di alcune funzioni motorie rispetto a controlli esterni. È una notizia in progresso e la terapia ha anche avvertenze importanti, la sicurezza resta sempre un tema serio, ma il punto positivo è che stanno arrivando dati longitudinali, cioè validi nel tempo, che ci dicono se un trattamento cambia davvero la traiettoria della malattia. Per le famiglie questo significa speranza più concreta, di maggiore tempo di autonomia e maggiore possibilità per pianificare. Seconda bella notizia: le ostriche sono piccoli ingegneri ecosistemici. Sulla costa del Norfolk, nel Regno Unito, un progetto punta a ricostruire un grande reef di ostriche con strutture in argilla che funzionano come culla per le larve. Perché è grande? Perché un reef di ostriche filtra l'acqua, aumenta la biodiversità, stabilizza il fondale e crea habitat per tante altre specie. È un modo di fare ecologia molto pratico, invece di combattere solo i sintomi. Ricostruisci una struttura chiave e lasci che la natura faccia il resto. Questi interventi hanno anche un effetto di resilienza. Un mare più sano assorbe meglio gli shock dalle fioriture algali ai cambiamenti di temperatura. Terza bella notizia di questa puntata riguarda l'urbanistica. Amsterdam ha firmato un patto che spinge a realizzare almeno il 20% delle nuove abitazioni con costruzioni in legno e materiali biobased. È un segnale forte perché non è un singolo edificio iconico, ma una regola di sistema, una specie di obiettivo di filiera. Il legno ingegnerizzato può ridurre CO2 incorporata e accelerare la prefabbricazione, quindi i materiali bio-based spostano l'idea di casa da blocchi minerali a strutture più leggere.
SPEAKER_01Era Relief, il podcast.
SPEAKER_02Relief è il primo servizio di sollievo psicologico rapido per le emergenze emotive di tutti i giorni.
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